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Alice Diop, lo sguardo della periferia

Questo articolo è pubblicato sul numero 48 di Vanity Fair in edicola fino al 29 novembre 2022

Alla domanda ricorrente «sta vivendo una favola?», risponde secca: «Non mi sono trasformata in una notte da sgualdrina a principessa». Alice Diop, 43 anni, regista parigina, deplora i discorsi riduttivi e un po’ paternalistici. E non lo nasconde, a costo di risultare ruvida. Eppure è la stessa che per l’emozione vacillava quando, durante la scorsa Mostra del Cinema di Venezia, Julianne Moore le ha consegnato il Leone d’argento per Saint Omer, film su una madre infanticida. E che, non trovando parole sue, con la voce spezzata, prese in prestito quelle della femminista statunitense Audre Lorde: «Donne nere, il nostro silenzio non ci proteggerà».

A chi si rivolgeva? «A lei, a me, alle mie sorelle, ai nostri nemici, a quelli che ci aspettano e a quelli che non ci vogliono», risponde oggi senza battere ciglio, nella sua casa di Noisy-le-Sec, nella banlieue parigina di Seine-Saint-Denis.

Diretto da una donna francese nera, con due attrici francesi nere, rappresenterà la Francia. Non dico altro.

Mi riceve in una graziosa dépendance in fondo al suo giardino. L’ufficio trabocca di saggi e libri sulle scienze umane; alla parete è appesa la fotografia di una marcia per Adama Traoré (giovane nero di 24 anni ucciso nel 2016 dalla gendarmerie francese nella banlieue di Parigi; come George Floyd, schiacciato e soffocato sotto il peso di un agente, ndr). Alice Diop è complessa e i discorsi preconcetti sono l’antitesi del suo pensiero lucido e strutturato. Ora che Saint Omer è stato selezionato per rappresentare la Francia agli Oscar, la regista è onorata ma il suo entusiasmo è moderato, come se fosse ancorata al suolo da convinzioni più profonde. «Un film diretto da una donna francese nera, con due attrici francesi nere, rappresenta la Francia», afferma. «Non serve aggiungere altro». 

Non vuole essere un simbolo, ma aprire la strada ad altri artisti, come ha fatto Sarah Maldoror, la pioniera del cinema panafricano, purtroppo pressoché sconosciuta al grande pubblico. Prima di passare alla fiction, Alice Diop ha girato documentari magnifici, ha esplorato i territori della periferia, ha gettato uno sguardo di rara umanità su individui dimenticati dalla società e ha puntato una luce sulla violenza sociale. I suoi lungometraggi sono nati «o dalla rivolta e dalla rabbia, o dal bisogno di scuotere certezze e cliché».

Top, Gauchere. Pantaloni e orecchini, Acne Studios. Collier, Charlotte Chesnais.

Laura Stevens

La piccola Alice è cresciuta a Aulnay-sous-Bois, sempre nella banlieue di Seine-Saint-Denis. Sua madre era una collaboratrice domestica e suo padre un operaio, entrambi originari del Senegal. Dopo il diploma ha studiato Storia, spinta dal desiderio, «forse inconscio», di capire le vicende della sua famiglia. I documentari dell’antropologa Éliane de Latour, scoperti strada facendo, le rivelarono tutte le possibilità della macchina da presa. «I film non cambiano il mondo», spiega, «ma cambiano gli spettatori che, insieme, possono cambiare la situazione».
Conduce ricerche, indaga sui centri di accoglienza per i lavoratori migranti, prima di decidere di filmare suo padre, in pensione e «confinato tra due mondi». Lo osserva passare da un piatto di pollo yassa a un camembert, lo immortala, un anno prima della sua morte, mentre guarda in televisione le immagini di un’Africa fantasticata. Questo diventa gradualmente il suo marchio di fabbrica: penetrare la complicata psiche degli «esuli dell’anima» ed evocare l’intimo per raccontare l’universale.

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