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Dalle Alpi all’Appennino per scoprire la via del lupo

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Il lupo era in estinzione fino a 50 anni fa, limitato a una piccola popolazione nell’Appennino centrale, confinato tra carisma e paura, conflitto e narrazione. «I lupi sani e le donne sane hanno in comune talune caratteristiche psichiche: sensibilità acuta, spirito giocoso e grande devozione… Entrambe sono specie perseguitate, falsamente accusate di essere voraci ed erratiche» scrive la cantastorie e psicologa junghiana Clarissa Pinkola Estés per spiegare il titolo del suo “Donne che corrono con i lupi”.

Dalla persecuzione al ritorno

Nei secoli scorsi, in tutta Europa si pianificò la distruzione totale della specie. Risorsa per i rimedi di stregoneria (l’artiglio serviva per le gengive, l’orecchio arrostito dava sollievo alla colite, la pelle portata intorno al collo allontanava la malasorte) il canis lupis è stato ucciso per la «protezione delle greggi e della selvaggina, e il piacere della caccia» nota in “Variazioni selvagge” Hélène Grimaud che al pianoforte e alla salvaguardia del lupo ha affidato il suo talento e la “ricerca dell’assoluto”. «Ancora una volta – scrive tracciandone una breve storia – bastava trovare dei lupi e ucciderli». Al di là della favola e delle persecuzioni ormai ufficialmente vietate, il più temibile dei predatori è sulla via del ritorno, un accadimento che non è frutto di alcun programma di ripopolamento. Piuttosto è legato a doppio filo al fenomeno dello spopolamento dei comprensori montani, alla lenta avanzata dei boschi, all’istituzione di nuove aree protette. Nel 1979, la Convenzione di Berna sulla Conservazione della vita selvatica e degli Habitat in Europa lo inserisce tra le specie altamente protette, una misura recepita in Italia nel 1997. La legge che ne vieta la caccia è del 1992, seguita nel 2002 da un Piano di azione nazionale per la conservazione. Così il lupo è tra noi, non solo nella storie della cantadora Pinkola Estès. Il primo Monitoraggio nazionale del lupo, a cura di Ispra, Istituto superiore per la ricerca e protezione ambientale, su mandato del ministero della Transizione ecologica, i cui risultati sono stati appena pubblicati, snocciola questi dati: la stima dell’abbondanza della specie è di 3.307 esemplari di cui 2.388 nell’Italia peninsulare e 946 nelle regioni alpine in cui si è registrato l’incremento più significativo. Coordinato dal Parco delle Alpi Marittime con Federparchi, il censimento ha raccolto, tra l’ottobre del 2020 e l’aprile del 2021, 24.490 segni di presenza tra escrementi, orme, avvistamenti fotografici, carcasse di ungulato e lupi morti. Oltre 1.500 campioni fecali sono stati genotipizzati con successo e 85mila km percorsi a piedi in un’Italia suddivisa in “celle e transetti”.

Itinerari sulle orme dei Lupi

Tra gli operatori anche la zoologa divulgatrice Mia Canestrini, autrice di “La ragazza dei lupi, la mia vita selvaggia tra i lupi italiani”. Nel suo racconto si legge che «il lupo opera continuamente scelte che minimizzano il rischio di incontro, il rischio di morire o semplicemente il rischio di morire di paura».Eppure, ovunque è un presenza che interroga e inquieta. «Scusi, disturbo?» si legge nel “Manuale per passare inosservati in natura ” del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Così, sia per limitare l’impatto dell’uomo negli ecosistemi nella pratica del wildlife tourism, sia per migliorare la controversa convivenza tra lupo e territori ripopolati, nel 2019 è partito il progetto Life WolfAlps Eu: più di 11 milioni di budget con un contributo europeo di 7, spalmato in 5 anni e coordinato dal Parco delle Alpi Marittime con partner italiani, francesi, sloveni e austriaci. L’intento è lavorare sulle ragioni del conflitto: le predazioni in alpeggio, la prevenzione degli attacchi, gli indennizzi, gli interventi per mitigare i danni, l’installazione di recinzioni elettrificate, l’addestramento di pastori maremmani o dei Pirenei, la disponibilità di veterinari e carabinieri forestali. La più inedita delle assi di intervento del programma è il wolf tourism, il primo catalogo di trekking nei territori alpini abitati dal lupo: cammini di coesistenza, modalità morbida per penetrare gli ecosistemi, viaggi leggeri per invertire il paradigma e chiedere alla natura : «Scusi, disturbo?».

Dal Parco dello Stelvio al Parco Nazionale D’Abruzzo

Si tratta di 7 viaggi accompagnati, di 3-5 giorni, proposti fino a fine settembre. Nel portfolio ci sono territori ricchi di storie di uomini e lupi come il Parco dello Stelvio e dell’Adamello, il Parco carsico del Marguareis, la dorsale tra la Val Chisone e la Val di Susa nei Parchi delle Alpi Cozie, gli alpeggi della Val Belviso nelle Orobie Valtellinesi, le Orobie Bergamasche, il Parco delle Alpi Marittime e il Parc national du Mercantour in Francia. Valli e monti da percorrere talvolta zaino in spalla, tal’altra con escursioni a margherita lunghe fino 17 km al giorno con una media di 600 metri di dislivello, da rifugio a rifugio, cercando tracce e l’interlocuzione con pastori, rifugisti e guardiaparco (viaggiemiraggi.org/speciali/life-wolf-alps). Nell’Appenino, è il Parco Nazionale d’Abruzzo in collaborazione con il Parco dei Monti Lucretili, quello dei Monti Simbruini e la Riserva Zompo lo Schioppo ad aver ampliato la già esistente Via dei Lupi a piedi, di circa 190 km totali (viadeilupi.eu). Ci sarebbe poi da scoprire Collepino o Colle lupino, minuscolo paese medievale sotto il Monte Subasio con un bosco in passato popolato dai lupi dove si custodiva l’unico forno pubblico ancora funzionante dell’Umbria. Qui venivano un tempo le donne che non riuscivano ad allattare. Non piace a tutti, ma pare che qui il lupo, complice forse il santo che parlava anche agli uccelli, non sia mai andato via.

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