martedì, Agosto 16, 2022
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La terra e l’orgoglio | Vanity Fair Italia

Questo articolo è pubblicato sul numero 32/33 di Vanity Fair in edicola fino al 16 agosto 2022

L’uomo che parla alle fughe dei cubetti di porfido è un signore concreto. Un «giardiniere» che usa le mani per trasformare la terra in arte, ma che si intrattiene scrivendo libri sul potere dell’invisibile. E c’è davvero qualcosa di invisibile, ma di inesorabilmente presente, in questo scampolo di Chianti tra Firenze e Siena dove siamo venuti a capire che cosa fino a ora non abbiamo saputo guardare. La campagna che non siamo stati capaci di immaginare. Il futuro che abbiamo calpestato incuranti sui marciapiedi delle città. Infine le nuove abitudini che potremmo indossare se davvero avessimo a cuore, non diciamo l’intero Pianeta, ma almeno il piccolo mondo in cui tutti i giorni ci troviamo a vivere.

Botanico, paesaggista, scrittore, Antonio Perazzi ha una T-shirt grigia, una piccola barba e l’occhio attento a quell’invisibile di cui qui a Piuca, la dimora d’elezione, ha fatto la sua bandiera. Ci è tornato stabilmente a inizio pandemia portandosi dietro una piccola nidiata di figli e una moglie simpatica socia in affari. Una specie di ripartenza, in un posto non casuale. A Piuca, una torre dell’anno Mille trasformata in convento e poi in casa colonica, affonda le radici la storia di famiglia. Ed è stato a Piuca che Antonio ragazzo ascoltava il ticchettio insistente della macchina da scrivere della zia Oriana Fallaci, che questo podere aveva acquistato e amato per prima. «Per me tutto
incomincia da qui», spiega. «Quando lei era in casa per lavorare non si poteva muovere foglio senza darle fastidio.

Antonio e la zia Oriana Fallaci, sua madrina di battesimo, nel giardino della casa di famiglia nel Chianti, 1969.

Bisognava uscire, andarsene. E così ho fatto, sono uscito. Per non rientrare più». La grande occasione per «inselvatichire» il necessario e prepararsi un futuro. Tra alberi storti, vecchi rampicanti e una natura debordante c’era sempre un posto dove trovare rifugio e sempre occasione per imparare. E poi c’erano le piantine da nulla, quelle che nessuno nota. L’ispirazione vera. La stessa di cui è permeato il libro che Perazzi ha pubblicato da poco, I giardini invisibili (Utet), storia della sua evoluzione in mezzo e dalla parte della natura e manifesto botanico. Che cosa si potrebbe fare, concretamente e da subito, nelle nostre città, nei nostri giardini e sui nostri balconi, sta tutto spiegato lì. Per esempio, inventarsi un verde che non richieda grandi investimenti, non necessiti irrigazione e migliori la qualità della vita. Tanto per cominciare, rivalutando la vegetazione selvatica e quei miracoli di intraprendenza che lui chiama «piante pioniere». Come l’ailanto, «un’infestante antipatica a tutti», ma che fa ombra, humus, raccoglie le polveri sottili e se ferita si cicatrizza e non cade.

La profumatissima rosa tibetana Lijiang
rose, portata da un viaggio botanico in Yunnan.

Una grossa agave immersa tra valeriane rosa, Centranthus ruber, nel giardino di Piuca.

«Ciò che è veramente naturale nei paesaggi metropolitani sono i bordi dei marciapiedi, le aiuole spartitraffico, quello che cresce negli interstizi tra i cubetti di porfido. Da lì dovremmo ripartire». Ripensando aree verdi gestite a caro prezzo perché fuori dai calendari della natura e incuranti delle sue necessità, per lasciare invece il più libero possibile ciò che cresce spontaneo. Come è successo a Piuca. O alla Manifattura Tabacchi di Firenze, di cui Perazzi ha curato il recupero e la «rigenerazione dolce». In quello che era un complesso produttivo del Monopolio di Stato, poi a lungo abbandonato, la rivoluzione vera l’hanno fatta le piante pioniere, quelle che sfidano il cemento, colonizzandolo, dissodandolo, rendendolo fertile. E che, a dispetto delle peggiori condizioni climatiche e delle nuove siccità, sono destinate a durare e se ne infischiano dell’aiuto del giardiniere.

«Parte significativa della trasformazione, alla Manifattura, non è stata solo la messa a dimora di 1.555 piante di oltre 50 specie diverse, ma accogliere e conservare quelle già presenti. E un discorso simile vale per i giardini. Certo che c’è da investire in impianti di irrigazione. Ma nulla vieta di scegliere varietà che piantate nella stagione giusta non hanno bisogno di irrigazione artificiale, perché hanno le piogge. O di prediligere quelle che portano l’ombra».

Un condominio per uccelli selvatici tra i cipressi.

 Piante arido-resistenti che crescono nella ghiaia.

In pratica, tornare a vivere in simbiosi, la natura e noi. Su questo cucuzzolo di collina dove l’aria ha il profumo secco dell’elicriso, che un po’ sa di curry un po’ di liquirizia, l’hanno capito benissimo anche Olmo, Bianca e Fosco, figli di Antonio e della moglie Benedetta, lei pure paesaggista e appassionata di animali («Quando mi ha recitato a memoria l’altezza al garrese dei vari tipi di cavalli, a me che sognavo di fare l’etologo, ho detto: la donna della vita»), tre ragazzini tra gli otto e i dodici anni che arrivano in sequenza a fare ciao con la mano davanti all’ospite, regolarmente inciampando nelle gambe del padre e finendo per sedercisi sopra. Sono stati loro che alla fine del
lockdown non ne hanno più voluto sapere di tornare a scuola in città. Ora che abitano qui, non nella casa di Oriana, dove si passava il tempo leggendo classici ispirati alla natura , ma nel giardino dell’ex rudere dove stavano maiali, lepri e galline, sono diventati esperti delle più svariate materie. Dalle talee alla catalogazione degli insetti, dalle sfumature del «profumo dell’acqua sui muri» a quella gamma di sensazioni speciali (che cosa sarà mai qualcosa che «sa di formica»?) impossibili altrove. Davanti hanno un tempo infinito e vigna, oliveto, frutteto, bosco, tutto senza recinzioni
né limiti, solo verde che sconfina nel verde. E, per loro sommo divertimento, anche un giardino con «arcipelago».

«La mia fortuna», chiosa Perazzi «è stata avere a disposizione un terreno incolto e tenacemente selvatico, da bambino e poi da progettista. Io mi sono limitato ad assecondarlo, per esempio con la creazione dell’arcipelago, dove i fiori selvatici variano con la stagione. Così, mentre si risparmiano energie, si dà voce a un mondo fluttuante che chiede soltanto di essere messo in luce». Il risultato è un giardino a bassa manutenzione e senza sprechi, affettuoso ma apparentemente distratto. Che forse mai avrebbe attratto la zia Oriana. «Lei amava lo sfarzo delle rose Baccara e i mazzi alla Wanda Osiris tutti gladioli, sterlizie e calle. Però aveva intuito
il mio mondo e credo che proprio per me avesse voluto tradurre e pubblicare Il richiamo della foresta. Un altro dei suoi regali è stato un trattato del ’700 di galenica applicata alle piante scovato a New York, che ancora conservo con dentro i suoi giallini». Da nipote, sa che su una cosa lei sarebbe d’accordo. L’importanza di imparare a collaborare alla democrazia della natura , che persino tra cemento e asfalto sa bonificare le città meglio di noi. «È ridurre l’ego dei
giardinieri quello che serve, non rintuzzare il verde che avanza».

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