sabato, Agosto 20, 2022
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Censis: le migliori università in Italia

Era temuto già dopo il primo anno di pandemia ed è arrivato ora: il crollo delle immatricolazioni (-2,8%) nelle università italiane. Significa 9.400 studenti in meno, “la cui decisione di non iscriversi è il portato di criticità congiunturali e di iniquità strutturali, che condizionano l’accesso alla formazione universitaria”, scrive il Censis all’uscita oggi della nuova classifica degli atenei italiani. Il ranking 2022-23, consultabile al sito www.censis.it, vede primeggiare, a seconda delle dimensioni, da mega a piccoli atenei, Bologna, Pavia, Siena e Camerino. Una guida alla scelta universitaria, stilata da oltre vent’anni per orientare i diplomati e accompagnata da un’analisi sul sistema accademico. E stavolta a preoccupare maggiormente gli analisti del Censis è il fatto che l’università non sia più vista come ascensore sociale.

Quelli che non si iscrivono

Sono più i maschi delle femmine a decidere di non proseguire gli studi dopo il diploma (3,2 contro 2,6%) e il fenomeno delle mancate immatricolazioni interessa soprattutto gli atenei del Sud (- 5,1%) che perdono 4.900 studenti. Le università del centro calano del 2,9%, quelle del Nord-Ovest del 2,3% e del Nord-Est dello 0,1%. Crollano anche le telematiche (-20%). Il 51% degli studenti mancanti all’appello è nei corsi umanistici, tengono le discipline Stem (-0,95). I rettori, interpellati dal Censis, concordano: pesa l’impoverimento delle famiglie a cui si somma un crescente disagio giovanile post-pandemia rispetto a un futuro che non vedono più. Che la crisi economica abbia avuto un peso nella scelta di non proseguire gli studi dopo la Maturità lo si vede anche dalla classifica: crescono le università che più hanno investito in diritto allo studio.

Bologna guida i mega atenei

L’Alma Mater, che va controcorrente con un +4% di matricole, si conferma prima da 13 anni, seguita da Padova e dalla Sapienza. Rispetto allo scorso anno, Pisa scavalca Firenze, Milano sale al posto di Torino. I punteggi più bassi, con eccezione degli atenei toscani e di Bari, sono soprattutto alla voce servizi: ovvero, mense e alloggi.

Perugia perde il primato

Tra i grandi atenei balza al primo posto Pavia facendo retrocedere dopo un lungo periodo Perugia. Crescono di una posizione l’Università della Calabria e Ca’ Foscari, salgono di due posti Milano Bicocca (+13 punti nei servizi per gli studenti) e Cagliari (+10 punti sui servizi digitali). Crolla di nove posizioni Salerno a causa soprattutto del decremento dell’indicatore borse e altri servizi (-28 punti). Stabile Tor Vergata, che è decima; guadagna una posizione Chieti e Pescara. Chiudono Roma Tre, Catania e Messina.

Siena scavalca Trento

Tra gli atenei con 10-20mila iscritti apre la classifica Siena facendo scendere in terza posizione Trento, che era prima. Sale Sassari, grazie a 15 punti in più alla voce borse di studio e servizi. Stabile Trieste che precede Udine (meno due posizioni).

Camerino guida i piccoli

Tra i piccoli rimane prima Camerino, seguita da Macerata. Al terzo posto, avendo scalato tre posizioni grazie all’incremento di 8 e 6 punti sui servizi web e occupabilità, c’è Reggio Calabria. Retrocedono in quarta e quinta posizione gli atenei laziali di Cassino e della Tuscia. Sale l’università della Basilicata, scivola di tre posizioni l’Università del Sannio a causa di 23 punti in meno su borse e servizi.

Parla Valerii: “Il calo delle immatricolazioni preoccupa”

Massimiliano Valerii, direttore del Censis, guarda con preoccupazione al calo delle immatricolazioni. E si rivolge ai giovani: “Siate anticonformisti: studiate perché l’università serve ad avere migliori condizioni di vita e di reddito, ad essere meglio attrezzati a decifrare la complessità del mondo”.
Valerii, questa generazione non vede e non ha prospettive all’orizzonte.
“Proprio per questo mi viene da dire ai giovani di non gettare la spugna nello studio vivendolo come un atto di ribellione rispetto a un mondo che non ti dà prospettive. In realtà, questo sarebbe un atto di conformismo. Li invito, al contrario, a non accettare le narrazioni dominanti spesso scoraggianti, lo status quo come fosse un destino predeterminato e ineluttabile. Piuttosto, nonostante tutte le difficoltà, devono far leva sui loro talenti e scegliere la formazione universitaria per darsi maggiori chance nel lavoro e nella vita”.
Invece quello che è accaduto quest’anno è il calo delle immatricolazioni: un brutto segnale?
“Il paventato crollo si è verificato ed è preoccupante. Il fenomeno ha un’incidenza maggiore negli atenei del Sud, nelle materie umanistiche e negli atenei non statali perché hanno rette più alte. Tengono invece le discipline scientifiche e i politecnici. Ma non sottovaluterei anche un altro campanello d’allarme”.
Quale?
“La maggiore polarizzazione che si può verificare con questa impennata inflattiva: da una parte più giovani che disinvestono negli studi, dall’altra quelli che provengono da famiglie più abbienti che potranno stratificare lauree e master nei loro curriculum. Già per questa generazione di giovani l’ascensore sociale non funziona più, ma se si perpetua e aumenta il divario di classe viene meno del tutto il ruolo dell’istruzione”.
Come dovrebbe reagire il sistema universitario?
“È giusto con le risorse del Pnrr sostenere ricerca e innovazione, inserendo gli atenei in network internazionali. Ma attenzione a non usarle solo per moltiplicare i dottorati. Molti atenei sono arretrati sui servizi e le borse di studio. Occorrono invece grandi risorse per agevolare l’accesso all’università”.

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