mercoledì, Maggio 25, 2022
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Le lacrime di Azarenka, il (presunto) no di Dzyuba: anche lo sport è in trincea

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Più di un gioco. Non solo un gioco. Impossibile non vedere, non sentire il rimbombare dei venti di guerra che squassano case, ospedali, corpi. E anime. Anche se sei una tennista professionista, e sul sangue freddo c’hai costruito una carriera in cui hai vinto due volte gli Australian Open, un bronzo e un oro (nel doppio) olimpico, hai giocato tre finali agli Us Open e sei stata anche numero uno al mondo. Ecco perché le lacrime di Victoria Azarenka, bielorussa, nata a Misk mentre il Muro cominciava a sbriciolarsi giorno dopo giorno (nel luglio 1989), fanno notizia e danno l’idea plastica, visiva, di come l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e la guerra in atto riverberi in ognuno di noi.

Vika in lacrime

Piange a dirotto, Vika (come è soprannominata nel circuito de tennis), poco prima di servire nel bel mezzo del match con la kazaka Elena Rybakina (che poi avrà la meglio per 6-3, 6-4): la giudice di gara scende dal suo seggiolino e si offre di consolarla, mentre dalle tribune piovono applausi d’incoraggiamento. Già prima del torneo californiano Azarenka – che come le colleghe e i colleghi bielorussi e russi può al momento gareggiare solo da apolide, viste le sanzioni sportive in atto – si era detta “annichilita” dal conflitto che vede la sua Bielorussia (Paese dove comunque non risiede da anni) a fianco di Mosca; concetto ribadito nella conferenza stampa del dopogara, parlando al microfono e con spessi occhiali scuri a proteggere lo sguardo, e pur senza mai fare diretto richiamo al regime di Minsk e alla sua discesa in campo, quanto piuttosto ribadire un istintivo e sentito messaggio pacifista. In serata poi la campionessa bielorussa ha disattivato i propri profili social.

Il no e il dietrofront

Lacrime, quelle di Azarenka, arrivate in una giornata in cui molto si è discusso intorno alla (presunta) presa di posizione di Artem Dzyuba, bomber dello Zenit San Pietroburgo e della nazionale di calcio russa (di cui è anche capitano dopo esserne stato il trascinatore fino ai quarti di finale del mondiale casalingo del 2018), che avrebbe rinunciato allo stage della nazionale previsto a Mosca dal 21 al 27 marzo (nella settimana in cui la squadra avrebbe dovuto sostenere le sfide dei playoff per Qatar2022, da cui è stata invece esclusa per decisione della Fifa) proprio per le implicazioni legate dal conflitto in Ucraina, dove il calciatore avrebbe dei suoi parenti.

Notizia, quella della mancata risposta alla convocazione, che sarebbe stata prima confermata dal ct Karpin, poi smentita dallo stesso Dzyuba (classe 1988, miglior marcatore nella storia del campionato e della nazionale di Mosca), che in questi giorni era pure stato protagonista di un acceso scambio di battute via social con Vitaliy Mykolenko, terzino ucraino dell’Everton, che lo aveva accusato di non prendere posizione sulla guerra. Pronta la risposta del centravanti, che a sua volta aveva accusato Mykolenko di indirizzare facili accuse dal caldo dalla sua confortevole poltrona in Inghilterra.

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Anche Andriy Yarmolenko del West Ham United si era schierato contro di lui, chiedendogli di prendere posizione sul conflitto in corso. «Sono contro ogni guerra. La guerra fa paura. Ma sono anche contro l’aggressività e l’odio umano che ogni giorno diventa sempre più preoccupante», aveva replicato Dzyuba sui social. Ieri, infine, la smentita del rifiuto di partecipare al raduno della Nazionale, a testimonianza delle tensioni tutt’altro che sotterranee che attraversano anche spogliatoi e campi da gioco di tutto il mondo di fronte a quanto sta accadendo in Ucraina.

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