domenica, Maggio 22, 2022
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La guerra in Ucraina darà una spinta alle rinnovabili?

La guerra tra Russia e Ucraina ha reso ancora più evidente la dipendenza energetica dell’Europa dal gas russo e le conseguenze di questa inquinante moneta sulla vita dei cittadini. L’energia è allo stesso tempo strumento di ricatto per le potenze occidentali e uno dei grandi temi aperti per il futuro: in che modo il conflitto cambierà le politiche energetiche in Europa e nel mondo? Sarà il motivo per concretizzare la svolta verso le energie rinnovabili o l’alibi per il revival di carbone e nucleare?

I numeri. L’Europa importa circa il 40% del suo fabbisogno di gas dalla Russia e nel 2021 il 26% di queste forniture è passato attraverso l’Ucraina, corridoio privilegiato del gas dalla Siberia alla UE. L’Italia è, tra i Paesi europei, quello che fa più ricorso al gas naturale come fonte energetica (è il 42,5% del mix energetico nazionale): molto più di Francia (17%) e Germania (26%), le quali possono però contare la prima sul nucleare, e la seconda sul carbone e su un parco di rinnovabili più avanzato del nostro [dati ISPI 2022].

L’infografica qui sotto mostra le tratte dei gasdotti dalla Russia e la loro portata teorica in miliardi di metri cubi l’anno.

Infographic: The Gas Pipelines Linking Russia and Europe | Statista You will find more infographics at Statista

Gas naturale: che cos’è. Il gas naturale è un combustibile fossile composto per il 90% da metano (CH4) e per la parte restante da una miscela di idrocarburi e altri gas (azoto, propano, butano, CO2). Questo mix, che si è formato per decomposizione di materiale biologico nell’arco di milioni di anni, si trova in giacimenti sotto alla superficie terrestre o sotto ai fondali marini, ed è meno inquinante di petrolio e carbone (bruciando produce circa la metà di CO2, meno ossidi di zolfo e particolato rispetto al carbone).

Questo però non lo rende una fonte di energia pulita. Il metano è un gas serra che nei primi 20 anni dal suo rilascio ha un potere di intrappolare calore 80 volte più alto di quello dell’anidride carbonica, anche se rispetto alla CO2 sopravvive meno a lungo in atmosfera (una dozzina d’anni anziché centinaia). Nelle fasi di estrazione, stoccaggio, trasporto e raffinazione del gas naturale avvengono perdite dai giacimenti e dalle reti di distribuzione che si sommano alle emissioni di metano provenienti da permafrost, agricoltura e allevamenti, dando un’accelerata al riscaldamento atmosferico.

Si pensa che il metano abbia contribuito per 0,5 °C al riscaldamento globale dall’epoca preindustriale.

Un cliente importante. L’Italia consuma all’anno tra i 70 e gli 80 miliardi di metri cubi di gas metano, di cui più di un terzo è importato dalla Russia. Per il rapporto tra totale di gas importato e totale dei consumi nazionali il nostro è, insieme alla Germania, anche uno dei Paesi europei più vulnerabili a un’eventuale interruzione delle forniture di gas dalla Russia (va peggio a Moldova, Repubblica Ceca, Bielorussia, Slovacchia, che anche se importano minori quantità di gas le comprano tutte dalla Russia e sono ancora più dipendenti da queste forniture). Come spiegato dall’ISPI, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, il problema della dipendenza energetica dalla Russia è anche di tipo strutturale e geografico: è molto più semplice importare gas attraverso i metanodotti, via tubo, che non via mare con le navi metaniere, che trasportano gas naturale liquefatto (vedi più sotto).

Nell’infografica qui sotto: i maggiori Paesi esportatori di gas nel 2020, in miliardi di metri cubi).

Infographic: What Alternatives Does Europe Have to Russian Gas? | Statista You will find more infographics at Statista

Realismo o disimpegno? Per emanciparsi dal potere energetico russo e contrastare la crisi climatica c’è una sola, possibile soluzione nel lungo periodo: ridurre l’utilizzo del gas naturale e realizzare la transizione verso le energie rinnovabili. Tuttavia nel breve periodo potremmo ritrovarci ancora scendere a compromessi con fonti inquinanti. L’Europa si sta muovendo per aumentare l’acquisto di gas naturale liquefatto (GNL o LNG, dall’inglese liquefied natural gas) dai principali produttori che nel 2020 sono stati Stati Uniti, Qatar e Australia.

Il GNL è un condensato del gas naturale che permette di ridurre il volume della sostanza di 600 volte e stoccarlo e trasportarlo facilmente su navi metaniere e senza bisogno di gasdotti. Una volta a destinazione, prima di essere immesso nella rete di condotte nazionale, il gas naturale liquefatto deve essere rigassificato, cioè riportato da liquido a gassoso, in impianti appositi (l’Italia ne ha tre in funzione).

Davvero ecologico? Anche se arriva allo stato liquido, si tratta pur sempre di metano: i costi climatici di questa “toppa” temporanea ricadrebbero sulla prossima generazione (un neonato di oggi avrà 78 anni nel 2100). Senza contare che negli Stati Uniti il gas naturale viene estratto con il fracking, la frantumazione artificiale delle rocce sotterranee attraverso potenti iniezioni di acqua, sabbia e un mix di sostanze chimiche, al fine di liberare gas e idrocarburi incorporati nelle porosità delle rocce del sottosuolo. Una tecnica che oltre a segnare irreversibilmente il paesaggio è stata associata ad elevati rischi ambientali e per la salute (inquinamento atmosferico, rilascio di sostanze chimiche pericolose nel terreno e nelle falde, sismicità indotta).

L’estrazione di gas naturale. Un inverno mite e l’aumento del gas naturale liquefatto importato dovrebbero permettere all’Europa di superare senza troppi scossoni la stagione fredda. Ma arrivati all’estate ci sarà di nuovo un buco energetico da colmare.
© Shutterstock

Un passo in avanti, due indietro. La Commissione Europea ha presentato un piano che, per ridurre di due terzi la dipendenza dal gas russo entro fine anno, prevede di diversificare le forniture (importando più GNL e producendo più biometano, prodotto da scarti agricoli e industriali, e idrogeno rinnovabile) e di ridurre l’uso industriale e domestico di combustibili fossili grazie all’efficienza energetica e alle energie rinnovabili. Dopo l’occasione mancata della pandemia potrebbe essere questa la spinta giusta per rispettare il Green Deal, il piano per rendere l’Europa un continente a emissioni nette zero entro il 2050.

Non è detto che ci si riesca: secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), i costi stellari di gas e carbone potrebbero spingere a un riutilizzo delle centrali a carbone europee appena chiuse o destinate a chiusura, o a all’uso di combustibili fossili alternativi (come il petrolio) nelle centrali termoelettriche esistenti. Se così avvenisse potremmo dire addio ai +1,5 °C di riscaldamento che ci servono per evitare la catastrofe climatica.

Intanto il fantasma di un nuovo disastro nucleare in Ucraina non fa desistere dai piani di apertura di nuove centrali nel Vecchio Continente: la Francia ha parlato di rinascita dell’industria nucleare, con sei nuovi reattori da costruire e altri 8 allo studio, e Belgio e Germania, che avevano annunciato l’uscita dal nucleare, hanno fatto dietrofront rinviando lo spegnimento dei loro reattori.

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