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Le Borse di oggi, 2 marzo 2022. I listini Ue chiudono in positivo, corrono le materie prime: record per il gas. L’Opec+ conferma i rialzi alla produzione di greggio

MILANO – I mercati azionari europei centrano un mini-rimbalzo, mentre per il terzo giorno di fila resta chiusa la Borsa di Mosca. Le Piazze del Vecchio continente recuperano dopo l’apertura debole e si rinfrancano con Wall Street, dopo l’audizione di Powell (Fed) che conferma che nonostante l’incertezza sarà appropriato alzare i tassi. La Banca centrale Usa si orienta però verso un rialzo di 25 punti base, accantonando per ora l’ipotesi più aggressiva di muoversi addirittura di 50 punti come qualcuno sosteneva. A fine giornata Londra sale dell’1,49%, Francoforte aggiunge lo 0,69% e Parigi l’1,59%. Anche Milano sale e in chiusura segna +0,7%. Bene Wall Street che alla chiusura dei mercati europei vede il Dow Jones salire dell’1,7 e il Nasdaq dell’1%.

In uno scenario che cambia di ora in ora, è stato il comparto delle materie prime, energia soprattutto, il protagonista del momento. L’incessante offensiva russa che ha sempre più nel mirino obiettivi civili ha scatenato una corsa delle commodity. L’indice Bloomberg che traccia l’andamento delle commodity schizza ai massimi, dopo aver messo in fila la corsa più forte dal 2009 a questa parte.

ll grafico Bloomberg mostra l’impennata dell’indice sulle materie prime 

Il prezzo del petrolio ritocca quota 110 dollari dopo la decisione dell’Opec+ di confermare la propria strategia di aumento graduale della produzione con un incremento delle vendite di 400.000 barili ad aprile, come da attese, dopo avere “osservato che gli attuali fondamentali del mercato petrolifero e il consenso sulle sue prospettive indicano un mercato ben equilibrato e che l’attuale volatilità non è causata da cambiamenti nei fondamentali di mercato ma dagli attuali sviluppi geopolitici”. Al termine degli scambi Ue, i futures del barile Wti sono a 107,9 dollari e quelli del Brent in area 110, sotto i massimi di giornata. Tensione alle stelle per il gas che si spinge verso vette di prezzo inedite: alla borsa di Amsterdam i future del gas su aprile hanno toccato il record intraday di 194 euro a megawattora, per poi ripiegare agli attuali 168 euro. Il precedente picco in chiusura di seduta si è registrato lo scorso 24 febbraio a 132,7 euro.

Non volano solo i prezzi del petrolio e del gas: alla Borsa di Chicago, il Chicago Board of Trade (Cbot),  il future sul mais è balzato ai massimi dal 2013 (+1,79% a 738 dollari). Corre ancora anche il future sul grano arrivato oltre i 10 dollari al bushel, ossia lo staio, l’unità di misura internazionale che nel caso del frumento è pari a circa 27,2 chilogrammi.

Gli investitori spostano i loro capitali dal mercato azionario a quello dei titoli più sicuri. E scommettono sul fatto che le strette monetarie delle Banche centrali saranno meno accelerate del previsto, nonostante l’inflazione stia continuando a galoppare. Anzi, il pericolo di cui si parla nei report delle banche d’affari è proprio quello di stagflazione: corsa dei prezzi (oggi Eurostat ha tracciato un record), senza crescita economica complessiva. Il dato odierno dell’Eurozona rimette un po’ in dubbio le scommesse sulle Banche centrali accomodanti, infatti lo spread torna a salire dopo i ribassi di ieri: si porta a 151 punti in chiusura, con il rendimento all’1,54%: sotto i massimi di seduta ma sopra i 147 della vigilia. A tenere dritta la barra, come accennato, è Jerome Powell, il governatore della Fed, secondo il quale dall’Ucraina arriva “molta incertezza” ma l’aumento dei tassi a marzo resta “appropriato”: “Ci aspettiamo che sarà ritenuto appropriato alzare il tasso sui Fed Funds in occasione della nostra riunione fissata per questo mese”, ha detto in audizione alla Camera.

Infine sul mercato dei cambi l’euro chiude in calo sotto quota 1,11 dollari. La moneta unica viene scambiata a 1,1083 sul biglietto verde, dopo essere scesa in giornata fino a 1,1059 dollari, ai minimi da maggio 2020. Euro/yen in rialzo a 128,15, come anche dollaro/yen a 115,63. Il rublo resta sotto pressione sulla scia delle sanzioni imposte dall’Occidente nei confronti di Mosca e viene scambiato a 111,29 dopo essere sceso fino a 120 all’inizio della settimana.

In Asia la Borsa di Tokyo, che finora aveva passato indenne la crisi, ha registrato un forte calo, seguendo la pesante contrazione degli indici azionari Usa: il Nikkei ha segnato una flessione dell’1,68%, a quota 26.393,03, perdendo oltre 450 punti.

Sanzioni e contromosse

Si aggiungono intanto nuove notizie sul fronte della guerra finanziaria tra Mosca e l’Occidente. La banca russa Sberbank, sanzionata dalla Ue ma risparmiata dal blocco sul circuito Swift, ha deciso di lasciare il mercato europeo. In una nota, ha affermato di “non essere più in grado di fornire liquidità alle filiali europee, ma il suo livello di capitale e la qualità degli attivi sono comunque sufficienti per effettuare pagamenti a tutti i depositanti”. Gli stessi funzionari Bce avevano anticipato che la filiale austriaca della maggior banca russa sarebbe stata liquidata dopo essere finita sotto pressione a causa delle sanzioni occidentali con “normali procedure di insolvenza”, mentre le filiali in Croazia e Slovenia sono state vendute alle banche locali. Così i depositanti della filiale austriaca sarebbero protetti fino a 100.000 euro, in linea con la legislazione europea, mentre quelli in Croazia e Slovenia sarebbero coperti “senza limiti”. Invece il colosso siderurgico russo Severstal, di Aleksei Mordashov finito nella blacklist delle sanzioni europee, ha “completamente sospeso” l’export di prodotti siderurgici verso la Ue, scrive la stampa russa.

I limiti delle sanzioni

di

Tito Boeri e Roberto Perotti

01 Marzo 2022

Mentre gli istitui faticano ad accedere al mercato dei capitali, Putin ha firmato un decreto che vieta di portare più di 10.000 dollari di valuta estera in contanti e “strumenti monetari” al di fuori della Russia. E’ l’ennesimo tentativo di cercare di difendere le riserve in valuta estera, dopo che i Paesi del G7 hanno congelato quelle detenute dalla Banca centrale russa (si stima oltre la metà dei 630 miliardi di cui disponeva prima del conflitto). Altre misure ordinate da Putin questa settimana includono l’obbligo per gli esportatori russi di vendere l’80% delle loro entrate in valuta estera, il divieto per i residenti russi di fornire ai non residenti valuta estera nell’ambito di accordi di prestito e di depositare valuta estera in conti bancari esteri.

In un report mattutino di Unicredit si annota come le sanzioni occidentali inizino a presentare il conto a Mosca, con le banche asiatiche che sono riluttanti a lavorare con le controparti russe per il timore delle sanzioni. “L’export di materie prime inizia a risentirne”, dicono gli analisti che citano il caso di un grande trader internazionale di materie prime (si tratta di Trafigura Group) che non è riuscito a piazzare un cargo di greggio Urals, il riferimento russo, a grande sconto sul Brent (-18,6 dollari a barile, un record), nonostante non ci fossero banche russe direttamente coinvolte nella transazione. I rischi legati all’operatività industriale con la Russia si sono fatti troppo forti per i possessori di flotte di tanker, senza contare il balzo dei costi di logistica per collegarsi a quella parte di mondo. “Il 70% del commercio di greggio russo è congelato”, dice la società di consulenza Energy Aspects in una nota. “Molte big petrolifere non lo toccano e solo poche raffinerie e società di trading europee sono ancora attive sul mercato”.

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