mercoledì, Maggio 18, 2022
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Chi è la prima donna al mondo guarita dall’HIV

Una donna di origine non bianca-caucasica residente negli USA è la terza persona al mondo ad essere guarita dall’HIV. Le prime due caratteristiche non sono di poco conto: la paziente, che ha ricevuto un trapianto di cellule staminali per essere curata da una forma di leucemia, è la prima persona di genere femminile ad andare in remissione completa dall’infezione; ed è proprio il background di razza mista che ha indirizzato i medici verso una terapia inedita, basata sulle cellule di cordone ombelicale di un donatore e non – come accaduto finora – su quelle di midollo osseo.

Un’altra via. Dopo la diagnosi di HIV nel 2013, la paziente, della quale non è nota l’identità, è stata in cura con una terapia antiretrovirale – lo standard clinico oggi raccomandato per quasi tutte le persone con HIV – che ha tenuto il virus sotto controllo. Nel 2017 una leucemia mieloide acuta, un tumore del sangue che attacca le cellule del midollo osseo, ha costretto la donna a un trapianto.

Se fosse stata bianca, la paziente avrebbe avuto maggiori probabilità di trovare un midollo compatibile nel registro dei donatori, quasi tutti caucasici. Così i medici dell’International Maternal Pediatric Adolescent AIDS Clinical Trials Network (IMPAACT) sono ricorsi a un’altra fonte di cellule staminali per ripopolare il midollo osseo di cellule sane: un cordone ombelicale. Il sangue del cordone non richiede infatti che donatore e ricevente di un trapianto abbiano profili immunologici perfettamente sovrapponibili, anche dal punto di vista etnico.

Un aiuto in più. Le cellule staminali del cordone (capaci di differenziarsi e specializzarsi in uno dei molti tipi di cellule del corpo umano) sono da tempo usate nei trapianti per curare i tumori del sangue (vedi il sito dell’AIRC per approfondire), tuttavia impiegano settimane prima di innestarsi e formare una popolazione consistente di globuli bianchi nel midollo osseo: un grosso rischio per chi ha un’infezione cronica da HIV. Per questo la donna ha ricevuto anche periodiche trasfusioni di sangue da un parente compatibile, una sorta di “ponte” per consentire al trapianto di andare a buon fine.

Sparito. Ha funzionato: a 37 mesi dal trapianto la paziente ha interrotto le terapie antiretrovirali e dopo 14 mesi dallo stop è ancora libera dal virus – nel suo sangue non ci sono tracce di HIV né degli anticorpi contro di esso. Il caso clinico, che non è ancora stato descritto in una rivista scientifica, è stato presentato nel corso dell’edizione 2022 della Conferenza sui retrovirus e le infezioni opportunistiche (Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections, CROI).

Come è stato possibile? Le cellule del cordone ombelicale del donatore recavano, nel DNA, due copie di geni con la mutazione CCR5 delta-32, che alterano l’espressione del recettore (la porta cellulare) che l’HIV solitamente usa per infettare. In pratica si blocca l’accesso al virus. E poiché dopo tre mesi dal trapianto, i globuli bianchi della paziente derivavano ormai interamente da quelli del donatore, e avevano quindi la mutazione protettiva, è stata possibile una remissione completa.

Rappresentanza femminile. Finora la letteratura medica ne aveva descritte soltanto altre due, entrambe in pazienti maschi che avevano ricevuto un trapianto di midollo osseo da donatori con la stessa mutazione HIV resistente. Uno è Timothy Ray Brown, noto anche come “il paziente di Berlino”. Brown è rimasto libero dal virus per 12 anni dopo il trapianto, prima di morire di leucemia nel 2020. L’altro è Adam Castillejo, il cosiddetto “paziente di Londra”, apparentemente guarito dall’HIV ormai da più di due anni dopo le cure contro un linfoma. Come spiegato sul New York Times, l’infezione da HIV ha una progressione diversa nelle donne e negli uomini: le prime rappresentano la metà dei casi mondiali, ma sono soltanto l’11% dei pazienti coinvolti nei trial clinici su trattamenti e vaccini.

Vantaggi. Rispetto ad altre forme di trapianto di staminali, il trattamento usato per la paziente (con la combinazione di cellule del cordone e di trasfusioni di sangue del parente) sembrerebbe aver dato minori controindicazioni: la donna non ha sviluppato la complicanza più temuta in questi casi, la malattia del trapianto contro l’ospite, e dopo 17 giorni è stata dimessa dall’ospedale. Inoltre, poiché per il cordone non serve una compatibilità così stretta tra donatore e ricevente, potrebbero beneficiarne anche pazienti per i quali è più difficile trovare donatori, come quelli di origine etnica mista.

Ciò non significa che questo tipo di trapianto sia “per tutti”. Per i rischi che comporta è applicabile soltanto alle persone che abbiano sviluppato gravi forme di tumori del sangue resistenti alle altre terapie. Guarire del tutto dall’HIV resta un rarissimo e stupefacente “effetto collaterale” delle cure anticancro.

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