martedì, Gennaio 18, 2022
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Coronavirus: per “scaricarlo” bastano 20 minuti in aria

L’infettività del coronavirus SARS-CoV-2 si riduce del 90% dopo 20 minuti dalla sua emissione attraverso le minuscole particelle di gas e liquido esalate quando parliamo o respiriamo (l’aerosol). Gran parte di questa perdita di capacità di infettare avviene nei primi 5 minuti di uscita del coronavirus dalle vie aeree: lo sostiene uno studio dell’Università di Bristol (Regno Unito) che ribadisce l’importanza di mascherine e distanziamento nella prevenzione della CoViD-19.

A breve distanza. Molta enfasi è stata posta finora sull’importanza di una buona ventilazione degli spazi chiusi e affollati; ma secondo la nuova analisi ancora in attesa di revisione, la situazione più a rischio è quella… più vicina. «Se pranzo con gli amici al pub, il pericolo principale è che io trasmetta il coronavirus ai miei amici o che loro lo trasmettano a me; e non che il contagio arrivi da qualcuno seduto dall’altra parte del locale», chiarisce Jonathan Reid, direttore dell’Aerosol Research Centre dell’Università di Bristol.

Un approccio più preciso. Quella di Reid e colleghi non è certo la prima simulazione della diffusione nell’aria di aerosol infetti. Stavolta, però, anziché spruzzare particelle virali in una camera sigillata e in continua rotazione (una tecnica “standard” di questo tipo di studi, che permette di mantenere gli aerosol sospesi), il team ha cercato di replicare esattamente quel che succede agli aerosol una volta che lasciano “il calduccio” delle vie respiratorie.

I ricercatori hanno allestito un ugello capace di rilasciare un numero preciso e studiato di aerosol, che sono state lasciati levitare tra due anelli elettrici per un periodo compreso tra 5 secondi e 20 minuti. Il marchingegno permette di regolare anche temperatura, umidità e luce per capire come queste condizioni influenzino la stabilità delle particelle – e di conseguenza la sopravvivenza del coronavirus. A cose fatte si estraggono i virus rimasti e si trasferiscono in colture cellulari, per capire se sono ancora capaci di infettare.

Che cosa si è scoperto. Quando gli aerosol che trasportano il coronavirus lasciano i polmoni, un ambiente umido e ricco di CO2, si “asciugano” rapidamente e vanno incontro a un rialzo di pH. Questi due cambiamenti annientano la capacità del patogeno di infettare le cellule umane. Quanto velocemente tutto questo avvenga dipende dalle condizioni di umidità relativa dell’aria circostante (e, fatto importante, non dalla temperatura: non è vero, quindi, che le alte temperature uccidono il SARS-CoV-2).

In condizioni di umidità relativa inferiore al 50%, equivalenti all’aria secca di molti uffici, il coronavirus ha perso metà della capacità infettiva in 5 secondi e un altro 19% nei 5 minuti successivi. Con il 90% di umidità – come nell’area docce delle palestre – la perdita di infettività è risultata più graduale: dopo 5 minuti la metà degli aerosol conteneva ancora un virus vitale, ma dopo 20 soltanto il 10% di particelle era ancora infettivo.

Usare tutte le misure disponibili. Da qui l’importanza di mascherine e distanziamento fisico al chiuso: «Quando ci si sposta (da una persona positiva) non solo gli aerosol risultano diluiti, ma il virus è anche meno pericoloso perché, essendo passato del tempo, ha perso infettività» spiega Reid. Non significa che il contagio non possa avvenire anche a distanza di metri: succede, ma è più difficile. Le situazioni più a rischio sono quelle di stretta prossimità con un individuo infettivo. Quanto osservato vale per tutte le vecchie varianti di coronavirus. Il team si accinge ora a studiare anche Omicron.

Aerare i locali. Una ventilazione adeguata aiuta, perché se il portatore del virus rimane nella stanza, con il passare del tempo le particelle virali si accumulano. Ma da sola non basta: presa singolarmente, nessuna delle misure anti-covid protegge a sufficienza.

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