martedì, Gennaio 25, 2022
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ThyssenKrupp, 14 anni dopo i parenti delle vittime chiedono giustizia

La notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007, sette operai, uomini, figli e padri di famiglia, morirono nel rogo scoppiato all’acciaieria ThyssenKrupp di Torino. Era passata da pochi minuti l’una di notte quando le fiamme inghiottirono un intero capannone, quello della Linea 5. Al suo interno lavoravano Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino, Antonio Schiavone e Antonio Boccuzzi, unico sopravvissuto al rogo.

Quattordici anni dopo, il dolore per la perdita si rinnova nella celebrazione avvenuta per il trasferimento delle salme delle sette vittime all’interno del mausoleo realizzato al cimitero Monumentale di Torino in loro memoria e per tutti i morti sul lavoro. C’è il dolore e c’è la rabbia. Perché per chi quella notte tremenda ha perso un pezzo di vita, non è stata fatta giustizia. «Aspettiamo sempre che gli assassini tedeschi vengano condannati, ma l’ultimo ricorso è scaduto a luglio e da allora non si sa più niente», ha detto Rosina Platì, madre di Giuseppe De Masi, una delle 7 vittime del rogo, alla Stampa. «Non abbiamo avuto giustizia e siamo stati abbandonati». 

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«Senza condanne i lavoratori continueranno a morire. Abbiamo lottato ma non abbiamo avuto risposte. All’inizio sono stati tutti con noi, poi…Lo Stato ha ammazzato i nostri figli e non ci aiuta a mandare gli assassini in carcere». Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, i due manager di Thyssenkrupp, giudicati corresponsabili dell’incendio sono stati condannati a 5 anni (il massimo della pena prevista in Germania per l’omicidio colposo) di carcere per omicidio e incendio colposo ma nel giugno del 2020 la procura tedesca di Essen ha autorizzato un regime di semilibertà. Di giorno quindi i due uomini sono liberi di uscire e di lavorare mentre la notte la trascorrono in cella. 

Di fatto, al momento della concessione del regime di semilibertà, i due manager non erano ancora stati arrestati. Sono entrati in carcere nelle settimane successive. Secondo quanto scriveva Repubblica in quel periodo, da alcune fonti risultava che entrambi fossero ancora impiegati alla Thyssen. 

«Oggi stiamo rifacendo il funerale a lui e ai suoi compagni e gli assassini sono liberi», ha commentato Laura Rodinò, sorella di Rosario, durante la commemorazione al mausoleo. «Sono passati 14 anni questa è la giustizia in Italia? Vogliamo un appuntamento con chi oggi ci governa, perché questa storia deve finire. Noi abbiamo diritto ad avere giustizia, mio fratello ha tutto il diritto di essere in qualche modo riscattato».

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