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Le tragedie della folla spiegate dalla scienza

Il 6 novembre 2021, a Houston (Texas), 8 persone sono morte per schiacciamento durante il concerto del rapper Travis Scott e altre 25 sono state ricoverate a causa delle ferite riportate. L’NRG Park (dove si svolgeva l’evento) era pieno all’inverosimile; diverse persone hanno cominciato a farsi largo tra la folla per raggiungere la prima fila sotto al palco. La ressa che ne è scaturita ha fatto il resto: qualcuno è caduto, qualcuno ha spinto per evitare di calpestare i malcapitati, fino a che la pressione non ha raggiunto le transenne provocando la tragedia.

Cronaca nerissima. Non è la prima volta che si verificano episodi del genere: nel 1979 11 persone hanno perso la vita al concerto degli Who a Cincinnati e nel 2009 altre 9 persone sono morte per la stessa dinamica durante l’esibizione dei Pearl Jam al Roskilde Festival, in Danimarca. Più recentemente (aprile 2021) la calca ha schiacciato 45 persone durante una celebrazione religiosa a Meron in Israele.

E in Italia ricordiamo la tragedia della discoteca di Corinaldo (Ancona) del 2018, in cui trovarono la morte 5 adolescenti e una giovane mamma, e la ressa di piazza san Carlo a Torino nel giugno del 2017, dove la fuga incontrollata della folla che stava seguendo la finale della Champions League di calcio su un maxischermo, costò la vita a 3 persone, oltre a decine di feriti.

La scienza del disastro. Nel corso degli anni gli scienziati hanno studiato a lungo le dinamiche della ressa, proprio con l’obiettivo di prevenire simili evenienze. Uno dei disastri più analizzati è quello avvenuto durante il pellegrinaggio a La Mecca del gennaio 2006: più di due milioni di pellegrini seguono un percorso prestabilito nel cuore della città, fino al ponte Jamaraat, dove la strada si restringe. La pressione della folla aumenta a dismisura e provoca la morte di 363 fedeli sunniti.

Dirk Helbing e Anders Johansson dell’Università di Dresda hanno studiato a lungo i filmati della tragedia e con l’aiuto del computer hanno ricostruito i movimenti della massa di persone, identificando 3 fasi.

Nella prima la folla subisce l’aumento di pressione dato dal restringimento del percorso e inizia a muoversi a singhiozzo. Il movimento si sposta in avanti, nella stessa direzione delle persone, come un’onda. Ma la pressione continua ad aumentare: a questo punto le persone cercano di uscire ad ogni costo dall’imbuto scappando in tutte le direzioni e calpestandosi a vicenda. Secondo gli scienziati, questa fase sopraggiunge quando si ammassano più di 6 persone per metro quadrato.

Occhio al pogo. A Houston però la tragedia non è stata innescata da una strettoia, ma da un fenomeno diverso noto come mosh-pit crowd, cioè la “folla della pista”, quella che durante i concerti si riunisce sotto al palco per ballare e saltare, spintonandosi e urtandosi (cioè per pogare, come si usa dire nel linguaggio giovanile).

Le mosh-pit crowd sono state studiate attentamente da Jesse Silverberg, uno studente di fisica della Cornell University appassionato di musica metal. Utilizzando i video dei concerti pubblicati su Youtube, Jesse ha creato un modello computerizzato che traccia con precisione i movimenti della folla sotto al palco. Ci sono i passivi, che stanno fermi anche in caso di scontro con chi balla, e gli attivi, che cercano proattivamente qualcuno con cui scontrarsi: è questo il pogo.

Quando gli attivi sono la maggioranza, la folla inizia a comportarsi come un gas, con le molecole che collidono casualmente una con l’altra. Ma quando due o più iniziano a muoversi nella stessa direzione, si creano dei veri e propri vortici umani, che travolgono tutti quelli che incontrano con conseguenze potenzialmente pericolose. Ovviamente, spiegano gli stessi ricercatori, il modello semplifica molto il comportamenti umani, ma è sufficientemente evoluto da far capire che cosa può succedere. 

Fattore (dis)umano. Altri studi, come quello di Dinesh Manchoa dell’Università del Maryland includono fattori psicologici insieme a quelli meccanici e calcolano in 4 persone per metro quadro la soglia di sicurezza. In condizioni di densità così elevata, spiega Manchoa, i comportamenti individuali acquisiscono un ruolo fondamentale: persone aggressive, che iniziano a spingere o urlare, possono essere la scintilla che fa scoppiare il panico. Con conseguenze tragicamente immaginabili.

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