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Lo psichiatra Antonello Bellomo: “Una malattia mi ha cambiato come uomo e medico. La vera follia è tifare per l’Inter”

Antonello Bellomo, sessant’anni, è professore ordinario di Psichiatria all’Università degli studi di Foggia, direttore del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura del Policlinico di Foggia e ha un problema serissimo: “Sono un tifoso interista sfegatato”.

Mal comune, mezzo gaudio: come possiamo uscirne?
“Innanzitutto andrebbe fatto uno studio approfondito su noi interisti”.

Si è fatto un’idea sulla diagnosi?
“Ho il fondato sospetto che si tratti di uno schizzo di masochismo”.

5 maggio 2002: Lazio-Inter 4-2 e scudetto alla Juve. Le scappò un “roba da pazzi”?
“Non solo quel giorno, purtroppo. E lo dico con un fortissimo senso di colpa: una parte dello stigma e delle discriminazioni legate alla malattia mentale è dovuta proprio all’utilizzo di questi termini”.

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Gianni Messa

26 Settembre 2021

Anche la parola “manicomio”, come sanno la nostra generazione e quelle che ci hanno preceduto, di certo non ha aiutato.
“Nel 1978 la legge Basaglia segnò un passaggio fondamentale. Ora viviamo in un’Italia diversa, quella dei Centri di salute mentale, e le nuove generazioni non hanno conosciuto l’idea della segregazione manicomiale, anche se purtroppo quel concetto non è stato ancora rimosso del tutto”.

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Gianni Messa

03 Ottobre 2021

È cambiato anche l’approccio dei pazienti?
“A fine anni Ottanta era difficile che qualcuno si presentasse spontaneamente da uno psichiatra. Adesso invece ci si rivolge da noi anche per gli attacchi di panico, una materia che una volta era appannaggio dei neurologi”.

Riavvolgiamo il nastro e parliamo della sua infanzia.
“Papà medico pneumologo e mamma casalinga nonostante la laurea in farmacia. Lui aveva lo studio a Bari vecchia, nella palazzina del ristorante Al Pescatore, e fra i vicoli ci conoscevano tutti: “Tu sei il figlio del dottore!”, mi dicevano. Stiamo parlando degli anni Sessanta e Settanta: il rapporto medico-paziente aveva un’altra modalità, mio padre usciva di notte per andare a visitare in casa, come tantissimi suoi colleghi, e a Natale ci riempivano di dolci e panettoni”.

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Gianni Messa

10 Ottobre 2021

Lei è anche un grande appassionato di storia e di cinema.
“È tutto merito di mio nonno paterno, un bancario in pensione che mi ha trasmesso l’amore per il cinema e per la ricerca. Ricordo ancora i quaderni che riempiva con le sue dettagliate ricerche sulla Puglia e le sue storie. Il sabato, invece, era il giorno dei cinema”.

Ha usato il plurale.
“Certo. Si cominciava alle 15 e si finiva alle 21 guardando di tutto: ricordo ancora Tora! Tora! Tora!, il film sull’attacco a Pearl Harbor, con nonno che poi mi raccontò la storia della Seconda guerra mondiale”.

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Gianni Messa

17 Ottobre 2021

Spero che ci sia stato spazio anche per Bud Spencer e Terence Hill.
“Assolutamente sì. Ho vissuto una bella infanzia in un’Italia in cui la mia famiglia stava bene anche economicamente, con le lunghe estati in campagna sulla Selva di Fasano: la villeggiatura, come si chiamava all’epoca, cominciava con la chiusura delle scuole e terminava poco prima del ritorno fra i banchi”.

E dopo la scuola media?
“Liceo classico al Di Cagno. Leggevo tantissimo e amavo le materie umanistiche: la psichiatria è molto vicina a quel mondo, d’altronde”.

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Gianni Messa

31 Ottobre 2021

Chi sono stati i suoi maestri, quelli che hanno segnato la sua formazione e quindi la sua vita?
“Due nomi su tutti: il professor Sergio Babudri, storico docente di latino e greco al Di Cagno, e il professor Antonio Dell’Erba, un maestro di vita negli anni dell’università”.

Quand’è che ha deciso di diventare psichiatra?
“Fra il quarto e il quinto anno di Medicina mi appassionai allo studio del cervello. Ricordo i mesi trascorsi a Plze?, nell’allora Cecoslovacchia, e gli ospedali di Praga, perfettamente funzionanti e anche moderni per quegli anni: sul ponte Carlo i ragazzi ci venivano incontro chiedendoci dischi dei Duran Duran, nell’aria si respirava una affascinante malinconia. Poi arrivarono la laurea con una tesi in psichiatria e tanti anni dopo, nel 1996, il break che mi ha letteralmente cambiato la vita”.

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Gianni Messa

07 Novembre 2021

Addirittura?
“Una neoplasia che ha richiesto otto cicli di chemio e uno, molto lungo, di radioterapia: sono stato a un passo dal trapianto di midollo e dal rischio di non poter più camminare”.

Da medico a paziente: che cosa significa stare dall’altra parte?
“Significa vedere il mondo in un’ottica completamente diversa e comunicare da paziente con i medici, leggendo e comprendendo le loro difficoltà anche nel dire e non dire”.

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Gianni Messa

14 Novembre 2021

Da allora è cambiato qualcosa nel suo rapporto con i pazienti?
“Voglio sperare di sì. Di certo ho imparato a dire più facilmente le cose come stanno e a scegliere una comunicazione più facilitata. Oggi capisco anche chi si rivolge a un mio collega per avere un’altra opinione oltre alla mia: anch’io ho dovuto scegliere, nei mesi della mia malattia, e forse non avrei avuto una seconda possibilità”.

Che cos’è l’empatia nel vostro lavoro?
“Il sentire che l’altro è dalla stessa parte tua e riesce a starti vicino anche senza parlare. Aggiungo un’altra cosa: da paziente e da psichiatra, durante tutto il periodo della malattia ho potuto comprendere la drammaticità delle scelte mediche”.

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Gianni Messa

21 Novembre 2021

Torniamo dall’altra parte della barricata: da psichiatra si è mai sentito sconfitto per una cura che non è andata a buon fine?
“Per noi le sconfitte, se possiamo definirle tali, sono all’ordine del giorno. C’è uno zoccolo duro di persone che non rispondono ai trattamenti, stiamo parlando del 25-30 per cento dei casi. Il rischio per noi è di entrare nel delirio del paziente e diventare ai suoi occhi come i suoi persecutori”.

Qui a Bari otto anni fa una sua collega, Paola Labriola, fu uccisa da un paziente con 57 coltellate.
“Conoscevo benissimo Paola perché avevo seguito la sua tesi di specializzazione. Così come altri nostri operatori, purtroppo, ha pagato il fatto che da noi arriva molta gente che di psichiatrico non ha nulla: è un problema politico non indifferente”.

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Gianni Messa

28 Novembre 2021

Poco fa ha detto che quella neoplasia le aveva cambiato la vita.
“Quando ne sono venuto fuori ho vinto un concorso da ricercatore e nel 1998 sono passato all’università: è un salto che non avrei mai fatto. Mi sono anche risposato: ho due figli dal primo matrimonio, Alessandra di 29 anni anni e Nicolò di 25, e poi una bambina di 11”.

Che professore è?
“Ultimamente sto limitando l’attività assistenziale per concentrarmi sulla didattica. Sono felice quando gli studenti vengono a chiedermi la tesi. Aumentano sempre più, forse per la facilità con cui gli psichiatri trovano lavoro immediatamente dopo la specializzazione: parliamo di pochi giorni, addirittura”.

E a hobby come siamo messi?
“Abbiamo già parlato della lettura e soprattutto del cinema, una passione che adesso condivido con mia figlia Alessandra: mi rivedo in mio nonno quando passiamo da un film all’altro girando per multisala. E poi ci sono i fumetti: Ken Parker, Corto Maltese e Blueberry, per citarne alcuni. Ho una collezione sterminata”.

Bellomo alla presentazione del suo libro uscito nel 2020 

Un anno fa ha scritto il libro “Il virus nella mente”. Sottotitolo: “Un’analisi dei comportamenti reiterati dalle popolazioni nelle grandi epidemie della storia”.
“Spesso ripetiamo pensieri o comportamenti, naturalmente con modalità culturali diverse, se esposti alla stessa tipologia di minaccia, addirittura anche a distanza di secoli. Gliene cito alcuni: l’aumento della distanza sociale, con conseguente alterazione dei rapporti umani; l’esigenza di controllare gli eventi attraverso leggi o decreti talvolta eccessivi; forme di protesta sociale causate dalle difficoltà economiche e dall’isolamento e, ancora, il dilagare di teorie complottiste”.

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