lunedì, Gennaio 24, 2022
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Il rito funebre di un antico Homo

Il cranio fossile di un bambino di 4-6 anni, trovato in una fessura di una grotta, come se mani antiche lo avessero deposto lì con cura, dopo stretti passaggi nel sottosuolo. Appartiene al genere Homo, ma è di una specie che aveva un cervello di dimensioni molto più piccole del nostro. Secondo Lee Berger, uno degli autori dello studio pubblicato su PaleoAntropology e ripreso da un articolo su Phis.org, «non c’è altro motivo perché il cranio del bambino sia finito in un punto simile, se non per una sepoltura intenzionale». Lee Berger sposta così indietro di 150 mila anni la più antica evidenza di una pratica funebre. L’antropologo sudafricano, dell’Università di Witwatersrand esplora da anni, con i suoi colleghi, il sistema di caverne carsiche di Rising Star, a 50 km da Johannesburg, dove sono stati raccolti circa 1.500 fossili di ossa di oltre 20 individui. Tutti di Homo naledi, strana specie di 250 mila anni fa, contemporanea ai primi Sapiens e ai Neanderthal. Però mentre questi avevano un cervello comparabile al nostro, quanto a dimensioni, quello del Naledi misurava un terzo, circa 500 cm cubi, ossia poco più del cervello di uno scimpanzé.

Old-new style. Dimensioni a parte, la forma del cranio nella specie Naledi è “moderna”, come nel Sapiens, così come i denti; le spalle sono strette e ricurve in avanti, come quelle di uno scimpanzé – al quale il Naledi si avvicina anche per la lunghezza delle braccia. Le mani sono umane, ma con il pollice più lungo del nostro e tutte le dita ricurve, per la presa sicura di rami, come per i gibboni: in altre parole il Naledi usava ancora muoversi sugli alberi, «ma era anche un bipede efficiente», spiega Damiano Marchi, l’antropologo dell’Università di Pisa che ne ha studiato la locomozione: «le ossa delle gambe sono molto lunghe, per aumentare la falcata, e i piedi non mostrano differenze con i nostri».

La mano destra di un Homo naledi, parte dorsale. Era parzialmente arboricolo, come dimostrano il pollice lungo e le falangi ricurve, utili per afferrare i rami degli alberi.

La mano destra di un Homo naledi, parte dorsale. Era parzialmente arboricolo, come dimostrano il pollice lungo e le falangi ricurve, utili per afferrare i rami degli alberi.
© Wits University / Creative Commons

Pesi piuma. I maschi potevano arrivare a un metro e mezzo per 45 kg di peso, le femmine erano più piccole. Forse il Naledi non poteva correre a lungo: la sua cassa toracica a “cono”, fatta in modo da dare spazio a potenti muscoli sulle spalle per arrampicarsi, come negli scimpanzé, non permetteva una grande espansione dei polmoni. «I denti minuti erano più adatti a cibi cotti che a masticare cibi crudi», fa notare Marchi: «prima della scoperta del fuoco, i nostri predecessori ominini avevano dentature robuste per rendere digeribili la carne e i vegetali fibrosi. I focolari erano già molto diffusi 400 mila anni fa, quindi c’è da sospettare che il Naledi cuocesse i cibi.» Il ritrovamento di una femmina anziana che aveva perso tutti i denti, riuscendo comunque a sopravvivere a lungo, è un altro indizio a favore della cottura del cibo . Ma come faceva il Naledi con un cervello di soli 500 cm cubi a gestire il fuoco e a concepire una forma di rito funebre? Prima delle teorie, parla il contesto dei ritrovamenti.

Speleologi con la torcia? Per entrare nelle due camere sotterranee del Rising Star dove sono stati trovati i fossili, c’è un unico modo: arrivarci da un buco che si trova nella superficie erbosa e andare giù in verticale per circa 12 metri in una stretta fenditura, larga in alcuni punti solo 20 cm. Tutto è al buio. All’epoca, senza una torcia, procedere solo a tentoni sarebbe stato ben difficile. Le ossa ritrovate dai ricercatori sono unicamente di Naledi, ed è escluso che siano finite lì trasportate dall’acqua. «Se i 20 individui, di tutte le età, fossero caduti accidentalmente in una trappola naturale, lì dentro ci sarebbero anche le ossa di animali, caduti pure loro per caso», sottolinea Marchi: «inoltre le ossa dei Naledi non hanno segni di morsi inferti da animali, quindi non ce le hanno portate dei predatori, e nemmeno furono colpite con strumenti di pietra», non può allora trattarsi neanche di una foiba preistorica.

Fossili di Homo naledi, specie descritta nel 2015 e ritrovata esclusivamente in Sudafrica, nel complesso sotterraneo di Rising Star, non lontano da Johannesburg. Nella foto ci sono 730 fossili, utilizzati per la descrizione scientifica della specie. Braccia e gambe lunghe servivano sia ad arrampicarsi sugli alberi sia a camminare per lunghe distanze.

Fossili di Homo naledi, specie descritta nel 2015 e ritrovata esclusivamente in Sudafrica, nel complesso sotterraneo di Rising Star, non lontano da Johannesburg. Nella foto ci sono 730 fossili, utilizzati per la descrizione scientifica della specie. Braccia e gambe lunghe servivano sia ad arrampicarsi sugli alberi sia a camminare per lunghe distanze.
© Lee Berger / Wits University

Servizio funebre. Lee Berger e colleghi parlano quindi di sepoltura intenzionale. Una misura pratica per fare sparire i propri morti che potevano attrarre predatori, mettendo a rischio il gruppo? O un rito funebre, dove il defunto era ricondotto nel grembo della terra? La scoperta del bambino fa ora propendere per la seconda ipotesi. È stato ritrovato a 12 metri dalle ossa degli altri, su una sporgenza di un cunicolo largo 15 cm e lungo 80. Per arrivarci i ricercatori hanno dovuto percorrere uno stretto corridoio che richiedeva parecchie contorsioni. Complicato anche per i Naledi, se non motivati da un rito. Il cervello piccolo? «Una contraddizione solo apparente perché negli ominini, oltre alle dimensioni, contava l’organizzazione interna del cervello, cioè la complessità associativa delle diverse aree corticali», commenta Angelo Tartabini, già ordinario di psicologia generale all’Università di Parma e autore del libro La coscienza negli Animali. Uomini, scimmie e altri animali a confronto (Mimesis, 2020).

Madri disperate. «Anche gli scimpanzé, con un cervello di 350 cm cubi, hanno il senso della morte, intesa come distacco affettivo e definitivo, un trauma grande che si presenta soprattutto nel legame materno-filiale», racconta Tartabini. Gli esempi non mancano: il trauma di Flint, uno degli scimpanzé studiati dall’antropologa Jane Goodall nella foresta del Gombe, in Tanzania, quando la madre Flo morì. Nonostante fosse in grado di alimentarsi da solo, Flint cadde in depressione e morì d’inedia. La scimpanzé Washoe, addestrata con il linguaggio dei sordomuti all’Università di Washington, finì in preda alla disperazione quando chiese allo psicologo Roger Fouts dove fosse finito il suo cucciolo e comprese le parole “morto”, “finito”. Ci sono casi osservati in natura di madri scimpanzé che trasportano per giorni il cadavere del loro piccolo fino alla putrefazione. Lo fanno anche i macachi. «Ho osservato un caso di una madre che portò con sé il corpicino senza vita del suo piccolo una settimana». Ma trasportare i defunti in una caverna, attraverso uno stretto passaggio, non richiede un minimo di elaborazione della morte? «È possibile», conclude lo psicologo: «i Naledi dovevano avere una corteccia cerebrale non proprio come la nostra, ma sufficiente per manifestare comportamenti cognitivamente complessi.»

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