martedì, Gennaio 25, 2022
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Rahila Saya, fuggita dall’Afghanistan: «Non volevo e non potevo assistere alla fine dei miei sogni»

Al telefono, Rahila Saya si scusa subito per l’inglese a sua detta non perfetto. Un finto ostacolo visto che la voglia di raccontare supera qualsiasi gap linguistico, idioma dari compreso. Rahila infatti viene dall’Afghanistan, ed è una delle donne che lo scorso agosto è riuscita a prendere un volo per l’Italia fuggendo all’assedio del governo talebano. 

Classe 1999, dopo gli studi all’università di Kabul, ha iniziato la carriera da giornalista in alcune emittenti del Paese dando voce alle storie di donne e bambini della sua terra, e schierandosi a favore della tutela dei loro diritti. Un’attività che sogna di continuare a portare avanti qui, in Italia, in cui è stata accolta grazie alle forze di sicurezza italiane, e dove attualmente sta studiando per la sua professione.

Proprio per questo, in occasione della Giornata Internazionale dell’eliminazione della violenza contro le donne, Rahila è stata scelta come il volto di #WeForShe, l’iniziativa promossa dallo Spezia Calcio a supporto dei progetti contro la violenza di genere della ONG Differenza Donna. Per l’occasione, durante la partita di domenica 28 contro il Bologna, affiancherà per una giornata il team comunicazione della squadra. Una figura simbolo per dare voce a tutte quelle donne che ogni giorno sono vittime di soprusi e che combattono per le proprie libertà. Come ci ha raccontato lei. 

Che cosa vuol dire essere donna in Afghanistan oggi?
«Avere il volto coperto, ed essere priva della libertà di difendere i propri diritti. E non intendo solo essere libere di uscire o stare a casa, ma decidere di voler studiare, andare a lavorare, o semplicemente scegliere come vestirsi».

Com’è cambiata la vita del popolo afghano con l’insediamento del governo talebano?
«Purtroppo la vita del popolo afghano è stata improvvisamente distrutta. Hanno mandato in frantumi tutti gli sforzi e i progetti della gente, in particolare i vent’anni di sacrifici fatti dalle eroiche donne dell’Afghanistan che adesso si trovano a casa, senza la prospettiva di un futuro. I talebani sono arrivati e hanno rivoluzionato ogni cosa. Il Paese è piombato in un assordante silenzio. E ancora oggi la situazione è triste e complicata».

Che cosa ha provato in quel momento?
«Ho sentito che la mia vita era in pericolo. Non so davvero come spiegarlo, ma io amavo davvero il mio lavoro, e quello che facevo. È stato un grande onore per me essere la voce del mio popolo, specialmente delle storie di donne e bambini. Ma inevitabilmente ho deciso di prendere la via di fuga per mettermi in salvo. Però io non dimenticherò mai il mio popolo. Per me rappresenta un vero modello di eroismo». 

A che cosa ha dovuto rinunciare?
«Non avrei mai immaginato di dover lasciare con così tanta sofferenza e dolore la terra dove sono nata e cresciuta, dove ho i miei ricordi, le mie cose e le persone che amo. Credimi, il cuore in quel momento ti dice che devi rinunciare a tutto, e questo in un’età in cui stai cercando di costruire il tuo futuro e mentre la strada per la tua affermazione si sta lentamente aprendo. Ma non c’è uscita, devi lasciare tutto e partire per sopravvivere».

Quale era la sua più grande paura?
«Stare dietro la finestra di una casa per il resto della mia vita. Non volevo e non potevo assistere alla fine dei miei sogni. Dovevo lasciare il mio Paese, anche a costo di ricominciare tutto dall’inizio. Non sarebbe stato un problema. Per me era importante avere la libertà, che è un mio diritto, così come quello di tutti, e poter continuare sulla mia strada».

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