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Tania Bruguera: prima di tutto, la verità

Questo articolo è pubblicato sul numero 47 di Vanity Fair in edicola fino al 23 novembre 2021

Ci sono molti buoni motivi per cui Tania Bruguera risulta una delle cubane più detestate dalle autorità del suo Paese. Si può iniziare dalla fama che la circonda: ogni volta che denuncia un sopruso, le più importanti istituzioni culturali e i più prestigiosi musei in giro per il mondo alzano la voce, e il regime, che ha fatto della vecchia rivoluzione castrista un brand, non ama essere svergognato. Potremmo aggiungere un secondo motivo: Tania Bruguera ha fatto dell’attivismo civico un’opera d’arte e sì, «ho lavorato così tanto per tenere viva la società civile, per scrollarci di dosso la paura, per imparare a parlare in pubblico senza aggredire gli altri» – racconta a Vanity Fair – che alla fine è diventato proprio questa l’estetica dei suoi progetti.

Certo, ci si mette pure la sua testardaggine. A fine ottobre ha accettato di andare via da Cuba, come da tempo premeva la Sicurezza di Stato. È andata a insegnare a Boston, ma a una condizione: che venissero liberati decine di prigionieri politici. E così, di una lista di 40 persone, è riuscita a farne uscire 26. «Alla fine, le autorità hanno dimostrato come quelle persone non fossero dei detenuti ma dei sequestrati, da liberare non in base alla legge ma a una trattativa». Si sente in esilio? «No, appena finisco i miei impegni ritorno. Voglio prendermi tutta la libertà di entrare e uscire dal mio Paese».

Classe 1968, studi d’arte all’Avana e a Chicago, Bruguera è fresca di un Velázquez, il più importante premio d’arte concesso dal governo di Spagna. Le sue opere fanno parte delle più prestigiose collezioni al mondo e vanta una sfilza di premi. La sua carriera di artista l’ha costruita indagando le viscere del potere, i codici dell’arbitrio e i suoi antidoti, costruendo installazioni e messe in scena considerate intollerabili per il castrismo. Per questo è stata arrestata più volte, fermata, insultata, screditata, interrogata, assediata a casa, nell’ultimo anno più che mai.

Tania ricorda una vicenda del passato, che è un altro tassello di quel rancore che il regime prova per lei. Lo ha ben raccontato nel libro-intervista di Claire Bishop uscito l’anno scorso per la Fundación Cisneros. Il padre, Miguel Brugueras, era un diplomatico fedelissimo al castrismo. Nel 1994, quando era ambasciatore in Argentina, ritornò a casa, allarmato per questa figlia che stava lavorando su un’opera (Memoria de la Postguerra) stampando un foglio clandestino. Quel giorno la invitò a passeggiare, per parlarne: in realtà, la portò da due agenti del controspionaggio che la interrogarono. «È stato molto doloroso. Con mio padre già avevo una relazione estremamente complicata. Dopo quell’episodio si ruppe del tutto».

Anche se la società cubana vive ancora sincronizzata nella paura, qualcosa sembra essersi spezzato e forse per questo i piani alti del potere sono molto più nervosi. Per avere un’idea, basta ricordare qualche episodio. Nel 2014, con il disgelo di Barack Obama, Tania prese alla lettera l’invito di Raúl Castro che aveva esortato tutti i cubani a dare il proprio contributo per rinnovare il Paese. Così, un giorno l’artista annunciò che avrebbe messo un microfono in Plaza de la Revolución, a disposizione di chiunque volesse parlare. «Alle 5 del mattino la polizia segreta entrò nel mio appartamento per arrestarmi. L’opera non cominciò neppure, ma per me questo significava un successo». Eppure, il 27 novembre di sei anni dopo, Tania era in prima fila tra centinaia di artisti che per un giorno intero si sono accampati davanti al ministero della Cultura per protestare contro la censura. Una cosa inaudita. L’11 luglio di quest’anno, infine, le grandi proteste con decine di migliaia di persone in strada gridando libertà: «Mai si era vista una cosa simile», ricorda. «Il governo non se l’aspettava e non è assolutamente preparato a gestire una crisi, ad aprire un tavolo, un dialogo, ad ascoltare».

Mentre scriviamo, non sappiamo che cosa sia successo il 15 novembre, giorno di una nuova marcia annunciata da una piattaforma civica. «Ma di certo è da settimane che la polizia bussa alla porta dei cubani e li redarguisce. Fa una specie di sondaggio analogico, casa per casa: il potere, senza saperlo, mostra sempre il suo lato grottesco, soprattutto quando è un potere così arbitrario».

Dal 2015 Tania Bruguera ha aperto nella capitale cubana il suo laboratorio, che è una fucina di giovani, intellettuali e gente comune e lo ha chiamato INSTAR, Instituto de Artivismo Hannah Arendt, un’esperienza così brillante da meritare il premio Arnold Bode 2021 alla prestigiosa Documenta. Proprio pensando alla filosofa tedesca, l’artista ha scelto il titolo per la sua prima personale in Italia, curata da Diego Sileo, che si aprirà al PAC di Milano il 27 novembre: La verità anche a scapito del mondo. Così, infatti, aveva risposto la Arendt durante una trasmissione alla tivù tedesca nel 1964 quando le avevano chiesto: «Ci sono motivi validi per tacere su alcune cose che sa?». No, ripete anche Tania Bruguera: la verità prima di tutto. «Verità per me significa comprendere le necessità dell’altro ed essere consapevoli che non sempre abbiamo ragione». Compito arduo: «Per questo la verità è difficile». E attenzione, aggiunge: «Verità e politica possono essere sfere inconciliabili, ma il mentire è comunque parte essenziale di qualunque società totalitaria».

A Milano vedremo dieci opere realizzate lungo un percorso di quasi trent’anni, ed è evidente che la loro forza sta nella ruvida empatia che sprigionano. Anche se in gran parte create dentro il contesto dell’isola caraibica, con i suoi fantasmi, il mito e il fallimento di una rivoluzione ormai senile, le immagini e le sensazioni nei lavori di questa artista riescono a scuotere tutti.

L’emigrazione e l’esilio, per esempio: per i cubani significa una diaspora di 3 milioni dai primi anni ’60 a oggi, un’emorragia che continua tutt’ora. «Per tutti noi, Cuba ha sempre una data di scadenza», sorride amara. Eppure, lei ci ricorda che c’è un mondo in fuga e che la risposta del potere è sempre inumana, ovunque. In questi giorni, al PAC alcuni sopravvissuti ai lager e loro familiari dell’ANED (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti) stanno cucendo l’immagine di un filo spinato che collega le stelle gialle su fondo blu di una enorme bandiera europea. «Mi emoziona collaborare con loro. Ho il terrore della memoria perduta, perché è facile essere ingiusti e crudeli se si dimentica che cosa siano l’ingiustizia e la crudeltà». Il senso dell’arte per Tania sta tutto qui: «Utilizzo l’arte per capire la vita, quello che succede a me e attorno a me. Ogni opera mi ha aiutato a crescere e a comprendere qualcosa in più».

Di Tania Bruguera è famoso un lavoro realizzato nel 2008 alla Tate Modern, quando ha fatto irrompere due poliziotti a cavallo sul ponte della Turbine Hall: davano istruzioni, come gli ordini impartiti nelle proteste, a un pubblico ignaro e alla fine accondiscendente. «Tutti dobbiamo essere in grado di riconoscere e connettere i diversi pezzi di una stessa storia». E quella storia, ripete, «riguarda tutti».  Tanto più (e questo fa perdere i gangheri ai papaveri del regime) se poi dice pubblicamente: «Io sono di sinistra. E a tanta gente di sinistra che continua a sentirsi innamorata della rivoluzione, dico che Cuba non è socialista, ma un Paese basato su un primitivo capitalismo di Stato che prova a sopravvivere alla Storia. È un Paese in mano a una cupola di militari che tiene stretto il proprio business». Poi, con il suo umorismo sornione, aggiunge: «A volte chiedo ai miei amici: se questi sono così legati agli affari, quanto vorranno per andarsene? Facciamo un crowdfunding e gli diamo il malloppo. In realtà, quello che vogliono è il potere, perché è quello che gli permette di avere capitali; senza potere non sono in grado di far nulla».

Tania Bruguera è una donna-uragano. E se il suo cognome non porta più la «s» finale del padre, è semplice: a 18 anni l’ha tolta, come suo primo atto di rivolta. Forse il suo primo gesto d’arte.

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