martedì, Gennaio 18, 2022
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No, il salario minimo per tutti non genera più disoccupazione

Che il salario minimo sia una misura in grado di generare maggiore disoccupazione è una convinzione radicata nella teoria economica standard. Ce lo conferma Lorenzo Rocco, professore ordinario di Politica economica all’Università di Padova, a cui abbiamo chiesto di spiegarci perché questo sia di fatto un falso mito.

L’inconsistenza di questa dinamica è stata dimostrata per primo da David Card che «ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2021 proprio per un suo studio sull’applicazione del salario minimo nel quale è andato a vedere l’effetto di questa introduzione sui giovani che lavoravano nei fast food statunitensi».

Il perché si fosse convinti di questo risiede in una delle dinamiche più note del mondo economico, quella della domanda offerta. «Secondo la teoria economica standard, se si introduce un salario minimo ci dovrebbero essere da un lato meno imprese disposte ad assumere lavoratori a quel livello retributivo, e dall’altro più lavoratori interessati a un’occupazione con quel salario. La differenza fra questi due elementi dovrebbe portare a una maggiore disoccupazione».

Ma così di fatto non è, e Card lo ha dimostrato prendendo in analisi i giovani con contratti occasionali nel mondo della ristorazione. «Qui l’introduzione del salario minimo non ha avuto effetti negativi sull’occupazione. Anzi, in alcuni casi si è osservato un piccolo effetto positivo». E dallo studio del primo Nobel molti economisti hanno cercato di motivare questa che può essere considerata un’anomalia. «Le spiegazioni possibili sono varie: la prima è che i mercati del lavoro non sono soggetti a una logica pura della domanda-offerta». 

Il salario minimo nel panorama italiano: vantaggi e rischi

Da anni si discute di una possibile introduzione del salario minimo anche nel nostro Paese. Gli Stati Uniti, il paradiso del libero mercato, sono stati tra i primi a introdurlo, e in Europa li ha seguiti la Germania nel 2012. Sì, da noi esistono già i Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro (CCNL), una specificità tutta italiana che già regola i livelli retributivi del nostro mercato del lavoro. Con due importanti MA. «Il primo è che esistono diverse professioni non coperte, non incluse nei CCNL. Inoltre, non tengono conto delle differenze tra nord e sud. I salari previsti da questi contratti sono i medesimi, nonostante il costo della vita sia molto diverso. Sarebbe quindi meglio avere un salario minimo che è comunque una misura omogenea a livello nazionale contro la povertà, ma poi lasciare libero il sistema di adattare i salari alle condizioni di vita effettivi. Viceversa, si rischia di avere salari, come accade talvolta con i CCNL, troppo bassi al nord e troppo alti al sud». 

Oltre a vantaggi evidenti, ci sono però anche possibili evoluzioni più fosche, non legate tuttavia alla bontà di questa idea. Facciamo riferimento al lavoro nero. Facciamo un esempio totalmente inventato per spiegarci meglio: io datore di lavoro che prima del salario minimo potevo pagarti 6 euro lordi l’ora, adesso che la legge mi obbliga a dartene 8, magari ti propongo (in alcuni casi impongo) di pagarti in nero i 6 che prima erano lordi. «Se devo essere onesto, la mia ipotesi è che questo è proprio quello che potrebbe accadere in Italia nel breve periodo. Soprattutto perché non c’è un sistema di controlli sufficientemente appuntito» conclude Rocco.  

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