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C’era una volta l’America ma si chiamava Marckalada

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Intorno all’anno Mille, gruppi di coloni vichinghi, provenienti dall’Islanda e dalla Groenlandia, visitarono le coste atlantiche dell’America del Nord, in cerca di nuove terre dove insediarsi. L’impresa non sembra avere avuto lunga durata e ha lasciato solo modeste tracce archeologiche; fu però oggetto di narrazioni, che più tardi trovarono esito scritto in alcune saghe islandesi e di cui si riscontrano echi nella storiografia e nella letteratura enciclopedica nordica. Secondo questi racconti, le terre che i coloni raggiunsero, sempre più vivibili man mano che si procedeva verso sud, vennero chiamate Helluland , «la terra delle pietre piatte», Markland , «la terra dei boschi», e Vinland , «la terra del vino».

La «scoperta dell’America»

Questa vicenda è il più antico episodio di quella che – con un’espressione molto eurocentrica e in odore di scorrettezza politica – viene comunemente chiamata «scoperta dell’America». Un episodio circoscritto perché non ebbe seguito, e la cui memoria rimase confinata alle zone del nord; e che perciò si considera del tutto non correlato con le nuove navigazioni che cinquecento anni dopo partirono dall’area mediterranea e iberica e produssero le conseguenze note a tutti noi. Quando Colombo progettò il suo viaggio – si pensa – non aveva sentore delle precedenti esperienze islandesi.

Quel che rivela la «Cronica universalis»

Qualche sentore, in realtà, potrebbe averlo avuto. Un sorprendente riferimento all’«America» ante litteram di cui parlano le saghe è stato di recente individuato all’interno di un’opera scritta a Milano intorno al 1340. Si tratta della cosiddetta Cronica universalis del frate domenicano Galvano Fiamma, una vasta e piuttosto caotica storia del mondo che doveva estendersi dalla creazione fino ai tempi dell’autore, ma che rimase interrotta molto prima di Cristo, all’epoca del dodicesimo re d’Israele. All’interno della Cronica Galvano inserisce una lunga digressione geografica, volta a dimostrare che è possibile per la specie umana vivere anche al di fuori dell’area temperata. Le pezze d’appoggio di cui si serve l’autore per questa dimostrazione sono in genere le auctoritates libresche della geografia tardoantica e medievale, come Solino e Isidoro.

Ma quando passa a parlare delle terre dell’estremo nord ricorre invece a una fonte dichiaratamente orale: «I marinai che percorrono i mari di Danimarca e Norvegia dicono che oltre la Norvegia, verso settentrione, si trova l’Islanda. Più oltre c’è un’isola detta Groenlandia…; e ancora oltre, verso occidente, c’è una terra chiamata Marckalada. Gli abitanti di questa terra sono dei giganti: lì si trovano edifici di pietre così grosse che nessun uomo sarebbe in grado di metterle in posa, se non grandissimi giganti. Lì crescono alberi verdi e vivono moltissimi animali e uccelli. Però nessun marinaio è mai riuscito a sapere con certezza notizie su questa terra e sulle sue caratteristiche».

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Il legame con le saghe nordiche

La Marckalada di Galvano – una terra florida, intimidente e misteriosa, che esiste ma di cui poco o nulla si riesce a sapere – è evidentemente il Markland di cui parlavano le saghe nordiche: medesimo il nome, con le normali variazioni grafiche cui un insolito termine geografico è soggetto; medesima la localizzazione a ovest della Groenlandia; analoga la descrizione, che unisce cumulativamente vari tratti ascritti dalle saghe all’una o all’altra delle terre ultratlantiche. Ma in altri punti dell’opera Galvano appare molto informato anche sulla Groenlandia, altrettanto sconosciuta nell’Italia trecentesca: si trova talmente a nord che la Stella Polare resta alle spalle; gli abitanti non praticano l’agricoltura e si nutrono di carne e di pesce; è governata da un vescovo; vi dimorano grandi falchi, molto richiesti sul mercato, ma difficili da esportare: il viaggio è difficile e pericoloso, e le navi giungono così malconce che spesso non possono ripartire.

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