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“Papà, da duemila giorni senza di te”: la lettera dei figli a Djalali, scienziato dell’università di Novara condannato a morte in Iran

“Caro papà, sono passati ormai 2000 giorni dal tuo ingiusto arresto e in ognuno di questi 2000 giorni abbiamo desiderato il tuo ritorno”: comincia così la lettera che i figli di Ahmadreza Djalali, Amitis e Ariou, 18 e 9 anni, hanno scritto al padre detenuto dal 26 aprile 2016 nelle carceri iraniane e condannato a morte con l’accusa di spionaggio. Esperto di medicina d’urgenza e ricercatore per l’Università del Piemonte orientale, scienziato con doppio passaporto iraniano e svedese, è stato condannato alla pena capitale nel 2018 da un “tribunale rivoluzionario” di Teheran al termine di un processo che Amnesty International definisce “fortemente iniquo”, con tanto di pubblica confessione in tv che, ha poi spiegato l’accademico in un video , “mi è stata estorta”.

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Secondo l’accusa, spiega Amnesty, Djalali ha avuto diversi incontri col Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, fornendo loro informazioni sensibili su siti militari e nucleari italiani e su due scienziati iraniani poi assassinati. Djalali ha sempre respinto queste accuse, denunciando che sono state una rappresaglia per il suo rifiuto di collaborare coi servizi iraniani per identificare e raccogliere informazioni dagli stati dell’Unione europea: “Sono uno scienziato, non una spia”, ha scritto dal carcere nel 2017. Djalali è ora detenuto nella prigione di Evin, in condizioni di salute sempre più precarie. Da tempo la sua esecuzione viene periodicamente annunciata e poi rimandata.

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A peggiorare la situazione di Ahmadreza si aggiunge l’impossibilità di parlare con la propria famiglia. Infatti, da quasi un anno e mezzo gli è impedito di contattare telefonicamente la moglie Vida e i due figli, attualmente residenti in Svezia. Il 17 ottobre lo scienziato ha trascorso il suo duemillesimo giorno dall’arresto in una prigione dell’Iran. E i figli gli hanno inviato una lettera struggente che è anche un appello, sperando che in qualche modo possa arrivargli.

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“Caro papà – scrivono – sono passati ormai 2000 giorni dal tuo ingiusto arresto e ognuno di questi 2000 giorni abbiamo desiderato il tuo ritorno. Ogni compleanno, Natale e Capodanno, ci auguriamo che tu possa trascorrere il prossimo con noi. Il più giovane di noi aveva solo quattro anni quando sei stato arrestato e ogni anno chiede a Babbo Natale di riportarti come suo regalo di Natale. Duemila giorni di sofferenza e ingiustizia”.

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“Non è passato giorno – continua la lettera – in cui tu non sia stato nei nostri pensieri. Ci chiediamo perché un destino così ingiusto debba essere destinato a te, che non hai sbagliato e che per noi sei sempre stato un modello. Ma restiamo fiduciosi. Ammiriamo come hai sopportato un inferno simile per così tanto tempo. Non smetteremo di lottare per la tua liberazione, per farti sentire ancora una volta una sensazione di libertà. Continuiamo a chiedere alle persone di unirsi alla nostra lotta per il tuo rilascio, per fare giustizia. Non ci fermeremo finché non tornerai a casa, con noi, con la tua famiglia e i tuoi amici, e di nuovo nella comunità scientifica, dove potrai continuare ad aiutare gli altri attraverso il tuo lavoro e la tua ricerca”.

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