martedì, Novembre 30, 2021
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Giovani fenomeni crescono. Cassani: «In Italia si torni ad investire nel ciclismo»

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Con qualche ultima scintilla, fedele questa volta al suo consueto calendario, il ciclismo se ne va in vacanza. Vacanza più che meritata visto che, con le tante incertezze di una pandemia sempre in agguato, gli impegni sono stati tanti e tutti dispendiosi.

Con l’autunno che avanza è buona consuetudine tirare un bilancio. In un 2021 caratterizzato dall’emergere di tanti nuovi talenti, e dalla riconferma di campioni consolidati come Pogacar, Alaphilippe, Roglic, Wan Aert, Van Der Poel e Ganna (ma l’elenco sarebbe molto più lungo), l’Italia tutto sommato non ha sfigurato.

Non siamo competitivi nelle grandi corse a tappe (a parte il sorprendente secondo posto di Damiano Caruso al Giro d’Italia) ma stiamo rialzando la testa come abbiamo dimostrato alle Olimpiadi e ai Mondiali. E anche nell’ultima Parigi-Roubaix dove con Sonny Colbrelli e Gianni Moscon abbiamo conquistato il primo e il quarto posto. Un’impresa che nella corsa delle pietre ci mancava da 22 anni, quando cioè il ciclismo italiano era ancora molto competitivo a livello internazionale. Era un altro secolo, un altro mondo, e non solo sportivo. Le comparazioni lasciano il tempo che trovano. Però aiutano a capire quale sia l’attuale stato dell’arte.

Ne parliamo con Davide Cassani, 59 anni, per otto stagioni c.t. della nazionale prima del ruvido allontanamento dall’incarico avvenuto durante le Olimpiadi di Tokyo. Cassani, dopo aver detto no a un ruolo di direttore di una società commerciale della stessa Federazione, è ora alla finestra in attesa di capire cosa gli riservi il futuro. Con una certezza, però: che qualsiasi cosa farà, sarà sempre nell’ambito del ciclismo.

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Ma dietro una scrivania?
«No, non sono ancora pronto per sedermi dietro una scrivania. Voglio ancora stare sulla strada, con i corridori. Ho vari progetti, alcuni sogni, vedrò se realizzabili. Per questo ho preferito dire no alla Federazione».

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