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La Cina mostra i muscoli, e Taiwan si preoccupa

Questo articolo è pubblicato sul numero 42 di Vanity Fair in edicola fino al 12 ottobre 2021

Nello Stretto di Taiwan le provocazioni militari aumentano e la tensione sale. Mai così tanti aerei da guerra cinesi avevano violato l’area di identificazione aerea taiwanese: più di centocinquanta nel giro di pochi giorni. Ma i bombardieri cinesi non sorvolano le città, non fanno ricognizioni sui centri abitati. Si tengono lontani, in mezzo a quei centottanta chilometri che separano le coste della Repubblica popolare cinese e l’isola di Taiwan.

E così sembra quasi che ci siano due versioni diverse di questa importantissima partita geopolitica: da una parte, la vita va avanti come se niente fosse, a Xiamen come a Taichung, le due città che si guardano ai lati opposti dello Stretto; dall’altra, ci sono i titoli dei giornali internazionali, le analisi allarmistiche, le dichiarazioni e le minacce. La gente comune, sia in Cina sia a Taiwan, assiste da decenni a questo balletto politico e il più delle volte propagandistico. Ora però qualcosa sta cambiando. 

A Pechino piace molto esercitarsi negli show di forza: la Cina non riconosce Taiwan né la sua territorialità, e quindi si permette di volare dove vuole e quando vuole in tutta quell’area di Oceano Pacifico. Il governo di Taipei ha stabilito una zona di identificazione aerea molto grande, che copre l’intero Stretto e arriva fino a comprendere parte della Cina continentale. Gli serve per monitorare tutto ciò che vola sui suoi cieli ed eventuali minacce in arrivo. Inoltre, al centro dello Stretto passa una linea di demarcazione immaginaria e non ufficiale: ogni volta che un jet oltrepassa quella linea, si parla di incursioni aeree. La Cina intensifica periodicamente le esercitazioni militari e i voli intorno all’area, ma non lo fa solo contro Taiwan, lo fa ovunque abbia delle rivendicazioni territoriali: sui confini himalayani, nel Mar Cinese meridionale, nel Mar Cinese orientale. Sin dal 2010, per esempio, Pechino entra nelle aree di identificazione marittime giapponesi attorno alle isole Senkaku, che la Cina chiama Diaoyu. Aumenta la pressione, cerca di spingere l’altro a fare la prima mossa e dire: vedete? Ci siamo soltanto difesi. Non a caso, «sottomettere il nemico senza combattere» è una delle massime della strategia militare di Sun Tzu.

Se il rapporto tra la Cina e il Giappone è complicato, quello tra la Cina e Taiwan è viscerale. Alla fine della Guerra civile cinese, nel 1949, i nazionalisti guidati dal generale Chiang Kai-shek, piegati dal conflitto contro le truppe comuniste di Mao Zedong, si ritirarono sull’isola per preparare il contrattacco finale e la riconquista del territorio cinese. La situazione si cristallizzò così: la Repubblica popolare cinese con capitale Pechino e la Repubblica di Cina con capitale Taipei, divise dallo Stretto. Il ritorno sulla Cina continentale agognato da Chiang Kai-shek si trasformò in una chimera, accennato soltanto da vecchi nostalgici. Nel frattempo, l’America e la comunità internazionale, che per decenni avevano riconosciuto soltanto la Cina taiwanese, iniziarono a guardare verso Pechino. Fino agli anni ’70, Taiwan faceva parte delle Nazioni Unite, aveva ambasciate in giro per il mondo, un posto d’onore tra i grandi della Terra. Ma, complice la Guerra Fredda e la rivalità con l’Urss, ebbe la meglio la politica dell’avvicinamento dell’Occidente alla Repubblica di Mao, culminata con la visita dell’allora presidente Nixon in Cina (1972) e l’apertura delle prime sedi diplomatiche. Taiwan, disconosciuta e isolata sul piano diplomatico, ottenne a garanzia un trattato di difesa, con cui Washington si impegnava a intervenire se l’isola avesse subito aggressioni militari. La Repubblica popolare di Mao ci guadagnò di più: il resto del mondo s’impegnava ad aderire al principio di «un’unica Cina», cioè di non riconoscere più la piccola isola del Pacifico. 

Fino a qualche tempo fa la frase che ripetevano più spesso i funzionari del governo di Taipei era: la Cina può anche minacciare, ma non attaccherà mai. Ci sono troppi interessi commerciali tra i due Paesi, e sarebbe un azzardo perfino per la seconda economia del mondo iniziare una guerra che potrebbe trasformarsi rapidamente in un conflitto tra più parti, compresa l’America. La scorsa settimana, anche il ministro della Difesa taiwanese, il generale Chiu Kuo-cheng, ha detto che non sarebbe interesse della Cina invadere Taiwan; ma ha pure aggiunto che entro il 2025 tutto potrebbe cambiare, Pechino potrebbe avere le capacità per agire rapidamente, e che in quarant’anni di carriera militare non aveva mai vissuto una situazione più tesa. 

L’area del Pacifico all’improvviso è al centro della scena della politica internazionale, e uno dei motivi è la competizione tra America e Cina. Non solo il Dragone non è più un Paese in via di sviluppo, ma ha fatto un salto di qualità gigantesco e ora vuole farsi potenza egemone che fa concorrenza agli Stati Uniti. Pochi giorni fa, in un discorso trasmesso in tv, il presidente Xi Jinping ha dichiarato che la riunificazione con Taiwan «è inevitabile e sarà realizzata». Certo, ha aggiunto, la strada pacifica è quella più in linea con gli interessi delle parti in causa, ma chi si opporrà «farà una brutta fine». Da Taiwan hanno osservato con grande attenzione le mosse di Pechino su Hong Kong: l’ex colonia inglese era una regione autonoma, e sarebbe dovuta rimanere tale fino al 2047, secondo l’accordo con cui il Regno Unito ha riconsegnato la città alla Cina nel 1997. Solo che le mani del Partito comunista cinese sono arrivate ben prima, e quei ragazzi, abituati alla libertà che si respirava nel porto profumato, hanno iniziato a protestare. La Legge sulla sicurezza, entrata in vigore il primo luglio dello scorso anno, ha di fatto cancellato lo Stato di diritto e la libertà d’espressione garantiti dall’autonomia, e ha aperto le porte del carcere per decine di attivisti – quelli che non sono fuggiti altrove. In un modo o nell’altro, la Cina si è ripresa Hong Kong senza che la comunità internazionale potesse fare nulla. 

Dall’altra parte del mondo, a Washington, la «minaccia cinese» è diventata la priorità della politica estera americana. La Casa Bianca di Donald Trump e quella di Joe Biden su questo punto si muovono in perfetta continuità. Taiwan è tornata a essere l’ultimo luogo simbolo della resistenza democratica alla Cina. Ecco il vero motivo per cui adesso qualcuno, e per la prima volta, parla davvero di invasione. 

 

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