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Miriam Leone, incompiuta e felice

Questo articolo è pubblicato sul numero 43 di Vanity Fair in edicola fino al 19 ottobre 2021

Accussì: io sono così. Io, Miriam. Tutto il resto è accaduto per questa natura inseguita e sfamata: le luci della ribalta, il talento recitativo e il lavoro duro, l’impeto di una carusa partita da Catania con il carico dei 20 anni, l’essere diventata protagonista del cinema italiano dopo «la benedizione di Miss Italia» e i passaggi da conduttrice televisiva. Fino al matrimonio con «l’uomo che è lui», celebrato lo scorso settembre e nutrito da una discrezione infranta solo per felicità.

Ostinata, selvatica e per dirla alla Joan Didion: «Fatta di ciò che voglio e ciò che temo». Accussì, il suono che ribolle dalla terra in cui si viene al mondo, Miriam Leone.

Eppure, qualcosa sfugge in questa ragazza siciliana che deve ai suoi personaggi un patto di iridescenza. C’è un riflesso nelle sue anime interpretate che ritorna in lei, e ancora, fino a segnarle un riflesso mai quieto. È il frutto di chi si valica, per poi riapprodare a sé con una parte nuova. Come in Marilyn ha gli occhi neri, l’opera di Simone Godano dove Miriam interpreta Clara, mitomane adorabile che capisce i destini degli altri e li sprigiona. È qui, in questo spazio di audacia imprevedibile e liberissima, che Clara e Miriam coincidono. Lo stesso balenìo negli occhi, timidi e spericolati, di un umano che vuole continuare a chiedersi chi è veramente. Chiederselo, e rischiare davvero di darsi risposta.

E accussì, chi è Miriam Leone, veramente?
«Una ricercatrice».

Ricercatrice di cosa?
«Non importa di cosa. Nel senso che sono alla continua ricerca. Devo spingermi un po’ più in là, farmi nuove domande. Perché se penso di averci capito qualcosa di me o delle cose del mondo, finisce che non ho capito niente. Sono un contenitore di punti interrogativi. E per dirla tutta: sono incompiuta».

«Appesa», diceva Goliarda Sapienza. E diceva che molte delle sue forze venivano da quella sospensione.
«Sono forze meravigliose, the best. La mia migliore energia è nell’incompiutezza, nella ricerca, altrimenti vivere sarebbe non solo molto noioso, ma anche molto arrogante».

È fortunata con il lavoro che fa. Oggi è Clara nel film di Godano, domani sarà Eva Kant in quello dei Manetti Bros. Alla fine essere un’attrice è poter vivere di interruzioni e di colpi di spugna.
«Quello è il mio mestiere. Ma la ricerca che riguarda il mio mestiere sconfina sempre nell’umano. È un lavoro che ha molto a che fare con la psiche, con l’anima, con lo spirito, con le emozioni, con i corpi. Anche in maniera funambolica. Ed è qui che riesco a fare cose che probabilmente nella vita non farei. E quindi imparo. Per esempio: serve saper andare a cavallo? Io prendo lezioni e in scena sono un’amazzone professionista, mentre nella vita reale magari ho timore di montare in sella. Quindi quel tipo di ricerca di mondi possibili e verosimili mi dà la possibilità di scoprire il nuovo e di lanciarmi, anche se ho paura di fallire».

Lei ha paura di fallire?
«Sì, certo, continuamente. Anche da quando sei entrato qui in casa».

Si guarda intorno, poi sprofonda sul divano di questa mansarda buzzatiana, all’ultimo piano di un condominio dalla facciata solenne e al tempo stesso accogliente, limitrofa al quartiere dove Dino Buzzati raccontava di vie che nascondevano esistenze intime e opposte dall’apparenza. «La casa di mio marito Paolo», annidata sui tetti milanesi, un terrazzino lungo e stretto e l’assoluta sensazione che li abbia riparati in questi anni di storia d’amore quasi segreta. Le fotografie minuscole a cornice di legno, lui, lei, un’immagine del loro matrimonio e l’acquerello di Clara che gli è stato regalato sul set. È Milano che sembra Parigi, come Buzzati raccontava. È Miriam e il suo nido, al di là del timore di sbagliare.

In che cosa ha paura di fallire? Che cosa teme le dicano?
«Non che mi dicano, che io mi dica. La severa sono io. E potrei dirmi che non sono all’altezza, che ho delle responsabilità troppo grandi per una persona sola. Forse è per questo che ho bisogno di andarmene per poi tornare sempre. Andarmene e giocarmela, per poi rifugiarmi qui, in questa casa. O in Sicilia».

La Sicilia da cui sconfina, e la riconfina.
«La più grande metafora di chi sono io è la Sicilia. Un continente che non ha confini ma solo orizzonti. E da questi orizzonti ho sempre potuto sognare e guardare oltre. La casa dei miei genitori affaccia quasi sullo Stretto di Messina: si vede la Calabria che ogni tanto appare e ogni tanto sparisce. Ci sono giorni che la vedi, giorni che ce l’hai di meno, giorni buoni, giorni meno buoni. E ogni volta sembra che l’orizzonte si sposti e tu con lui. Forse da lì non me ne sono mai andata».

Accussì.
«Lo diceva sempre mia nonna mentre puliva casa – mia nonna era una pulitrice seriale, tutta la casa doveva brillare sempre. Mi diceva che non mi avrebbero mai sposata perché non pulivo come si doveva».

E invece qualcuno l’ha sposata.
«E invece qualcuno m’ha sposata, nonna! Le parlo spesso anche se non c’è più: “Sai nonna le cose sono un po’ cambiate, e sono sicura piacerebbero anche a te! Noi donne da questa parte del mondo stiamo un po’ meglio…”».

«Da questa parte del mondo»: intende la nostra epoca?
«Sì. Una donna al tempo di mia nonna doveva spesso realizzarsi nel matrimonio, oggi no. Io l’ho scelto e ne sono felice, ma non mi sono sentita in dovere. Ci sarebbe da ringraziare le generazioni precedenti che ci hanno portato alcuni diritti fondamentali che noi ci godiamo».

E non rimpiange la libertà assoluta prima del matrimonio?
«Dipende. Mi sono sposata a 36 anni e fino ad adesso ho vissuto sola, davvero libera, in giro per il mondo senza essere né di un padre né di un marito. È tanto. Ma ora mi sono maritata. E l’ho fatto in Sicilia, a Scicli, con un siciliano».

Che cosa l’ha conquistata di lui?
«Non si dice, però abbiamo tante cose in comune e tante che si incastrano nel modo giusto. Tendo abbastanza a proteggerlo dai riflettori, per darci la possibilità di restare ancorati a una vita normale. E che cos’è una vita normale se non una forma di trasgressione? Tra l’altro non avevo mai avuto un fidanzato siculo, neanche quando vivevo lì. Questo è un ritorno, sono un po’ Ulisse».

E come sta adesso, Ulisse?
«È più sereno, con meno cose da dimostrare, con più voglia di essere. Più essere, meno dimostrare. Con un amore che possiede tutto quello di cui avevo bisogno per fermarmi. Paolo è una persona onesta. E conosce delle parti di me che magari neanche io conosco fino in fondo, e che poi a un certo punto magari appariranno. È un pensiero che avevo anche da bambina, scoprirmi nel futuro, quando guardavo il mare siciliano e immaginavo».

Che cosa immaginava?
«Volevo viaggiare».

E che altro?
«Immaginavo alcune scene che poi sarebbero davvero accadute nella mia vita, situazioni straordinarie come avere un muro di fotografi davanti. La cosa strana è che quando si sono avverate sul serio avevano già la forma di un ricordo, come se le avessi già vissute tanto erano state immaginate nella mia testa».

Immaginate o desiderate?
«Non lo so questo, ero troppo piccola per saperti dire la differenza. All’epoca stavo sempre tra immaginazione e desiderio. Probabilmente quello che immaginavo desideravo, e viceversa, era tutto insieme. Un bambino immagina, desidera, un giorno vuoi essere un astronauta e il giorno dopo non lo vuoi più essere».

Com’era Miriam Leone, bambina?
«Mi facevo i costumi da sola – ho la fortuna di avere una famiglia di ricamatrici e sarte. E mettevo in scena spettacoli, li scrivevo, componevo le musiche, le canzoni, li interpretavo. Li costruivo non per il pubblico, per me».

Vede che voleva già fare l’attrice?
«Non ne sarei così sicura. Ero molto sensibile, ed essere molto sensibile significa grande reattività su ogni cosa. C’era una pianta che mi rappresentava molto, era di mia zia Graziella: la felce. Quella che quando la tocchi si ritira. Avevo voglia di conoscere il mondo, di partecipare, di viverlo e allo stesso tempo di guardarlo da lontano senza essere scoperta, spiando le cose dei grandi».

È ancora una felce?
«Sto diventando un bambù, che è la cosa a cui aspiro alla massima potenza. Per le radici ampie e resistenti, e per l’armonia e la velocità con cui crescono. Se mi guardo indietro sono cresciuta in fretta. Ero altissima fin da piccola, sempre all’ultimo banco».

Mi sembra che lei sia cresciuta in fretta su tutto. E che l’acceleratore supremo sia stato Miss Italia.
«Per me quella tappa è importantissima. Altrimenti non avrei saputo assolutamente come imboccare la strada di attrice. Avrei voluto un concorso pubblico, ci fosse stato! Grazie a Miss Italia ho vinto una borsa di studio con Anna Strasberg che mi ha fatta lavorare sul metodo dell’Actors Studio. Da lì è iniziato un lavoro sotterraneo che arriva a oggi».

L’ha assorbito Clara, il suo personaggio di Marilyn ha gli occhi neri. Mitomane, straripante, cocciuta e meravigliosamente forte.
«La paladina dei matti. Mi è piaciuto molto dover interpretare una persona convinta di essere un’attrice. Già questo mi divertiva in partenza. La cosa bella di quest’anima è che non crede per niente in sé stessa, però crede tantissimo negli altri. Nelle potenzialità degli altri, capendo che in loro si trova anche qualcosa che le appartiene».

È un film politico a suo modo. Andare oltre le apparenze. Farsi guidare oltre le apparenze.
«In questo mi ha aiutato la psicoterapia. Quando sento che sta crollando una gamba del tavolo, anche rispetto a grandi responsabilità che mi prendo in famiglia, non scappo. Faccio un mestiere che mi dà grandi vie di fuga innocue con l’immaginazione perché nella realtà sono molto presente, molto concreta, un punto di riferimento per la mia famiglia. Sento dolori e gioie, ma sono più concentrata su queste ultime. Anche nel patire cerco quello che mi può dare, e qualcosa me l’ha dato sempre. E posso dirlo? Sarei felicissima che la psicoterapia si facesse nelle scuole perché ai genitori è affidato troppo. Troppo caos. Serve una figura di riferimento per chi cresce, un educatore dell’anima. Invito chi ha qualche soldo da parte a farsi un regalo. Mi rendo però conto che in alcune culture, luoghi e famiglie, è ancora considerato un tabù. Ma è un aiuto meraviglioso per cambiare sguardo sugli altri e su sé stessi».

Gli altri. Torna lì.
«Perché se c’è una cosa che scopro ogni giorno nel mio mestiere, è che ogni parte dell’altro è dentro di noi e potrebbe venire fuori in base a circostanze della vita, a un incrocio, a una persona giusta o sbagliata. Per questo le scelte sono fondamentali».

E come si prepara alle scelte fondamentali?
«Con il silenzio. E l’ho capito guardando l’Etna. Da catanese sono cresciuta con i piedi su un vulcano attivo e anche sui terremoti, che da noi sono normali. Quando vai a vedere un’eruzione – e io ci andavo con mio fratello nonostante sia pericoloso – è la magia assoluta della vita. C’è un silenzio surreale, ma se affini l’orecchio senti il rumore della terra che fa boom, boom. E lì, che cosa devi dire?».

Immagino, lei, l’Etna e suo fratello. E la immagino inseguire quel silenzio adesso, magari prima di accettare un personaggio o no.
«C’è un attivismo nella scelta dei personaggi, da parte mia. Non ho mai acconsentito a ruoli funzionali a quello maschile, da quando ho potuto scegliere cosa fare in questo mestiere. È una fortuna. I miei personaggi non dovevano essere la moglie di, mamma di, la figlia di… ma un essere umano a sé. Una donna è un essere umano a sé, un uomo è un essere umano a sé. Ogni donna ha avventure, disavventure, occasioni e in ugual misura un uomo».

Le è uscita la cadenza siciliana.
«Io mi incazzo solo in siciliano».

Mi sa che è lei il terremoto quando si incazza.
(Ride)

Però alla fine non c’è bellezza senza scosse?
«È così. E poi io credo nella bellezza con la B maiuscola. Non nell’aspetto fisico, nella banalità della bellezza. Credo in una bellezza ampia che tutti abbiamo in potenziale. Nei periodi neri a volte uno crede che la parte bella di sé possa bloccarsi per indole, o perché ci viene detto che al peggio non c’è mai fine. Per me è il contrario: al meglio non c’è mai fine. Puoi sempre prendere il meglio da una situazione, anche quando è faticosa o dolorosa. È questo, che conta: vederci bellezza».

Foto: Fernando Gomez
Servizio: Simone Guidarelli

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