sabato, Dicembre 4, 2021
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Jett The Far Shore Recensione: una storia poetica

Fin dai tempi della sua prima apparizione, Jett: The Far Shore si è sempre presentato come un oggetto particolarmente misterioso, capace di generare una discreta quantità di interesse, misto però anche a numerosi dubbi legati alla sua natura decisamente poco chiara. La curiosità era tanta, anche perché si tratta del nuovo progetto di Superbrothers, già autori di quel piccolo cult di Sword & Sorcery EP, a distanza di quasi un decennio dalla loro ultima pubblicazione. Jett: The Far Shore è un videogioco che vuole raccontare lo spazio e la sua esplorazione, andando in un certo senso nella stessa direzione di No Man’s Sky (se non l’avete letta, qui c’è la nostra recensione di No Man’s Sky), ma prendendosi delle libertà in più dal punto di vista narrativo. Le potenzialità per emergere c’erano tutte, purtroppo però Jett: The Far Shore fallisce nel suo intento, rivelandosi un titolo con più ombre che luci.

Jett: la storia

Il gioco racconta la storia di Mei, una delle poche elette dal suo popolo per prendere parte ad una spedizione spaziale che la porterà ad esplorare lo spazio profondo alla ricerca di una nuova casa per il suo popolo, abbandonato a sé stesso su un pianeta morente e senza speranze. La prima mezz’ora di gioco è potentissima, riuscendo a condensare in pochissimo tempo una miriade di spunti interessantissimi, e vede Mei alle prese con gli ultimi preparativi prima della sua partenza.

Varcata la prima soglia del gioco ci si ritrova immersi in un mondo spento in cui il colore dominante è il marrone che ne racconta in qualche modo le condizioni disperate. Attorno a noi si è radunato un piccolo assembramento di persone che intonano quello che ha tutta l’aria di un malinconico cantico d’addio, che risuona nell’aria mentre Mei si accinge a salutare per sempre i suoi genitori. Il suo viaggio la porterà dall’altra parte dell’universo e durerà un millennio:quelli sono davvero i suoi ultimi istanti sul suo pianeta d’origine in compagnia dei suoi affetti.

A seguito di un breve tutorial che ci insegnerà a pilotare il Jett (la piccola astronave che ci farà compagnia per tutta la durata del viaggio interstellare) arriva il momento di raggiungere il cosmodromo da cui partirà ufficialmente la spedizione. Ai piedi del cosmodromo si è raccolta una distesa oceanica di persone che si protegge dall’aria venefica con delle maschere antigas mentre canta per Mei e i suoi compagni di spedizione.

Ancora una volta, Jett imbastisce una narrazione silenziosa ma estremamente efficace e toccante: è difficile non sentirsi addosso gli occhi e le speranze di quelle persone che si stanno per abbandonare per sempre in cerca di un nuovo pianeta. È un peccato che sia esattamente questo il momento in cui Jett: The Far Shore smette di funzionare.

L’insostenibile lentezza del cosmo

Passano mille anni. Mei si sveglia dal suo ipersonno millenario assieme ai suoi compagni di viaggio in prossimità di quello che le sacre scritture del suo popolo hanno descritto come il pianeta designato alla creazione del nuovo mondo. Una volta ripresi in mano i comandi del jett si inizia l’esplorazione del corpo celeste e ci si rende conto del primo, grande problema del gioco: Jett è un titolo lentissimo, macchinoso e scomodo.

Il team di Superbrothers ha deciso di separare quasi nettamente le fasi esplorative a bordo dell’astronave da quelle più narrative, che di solito si svolgono con i piedi ben piantati sul terreno. Il problema è che questo tipo di approccio costringe ad avere a che fare con le parti dedicate all’esplorazione, che Superbrothers sembra quasi aver reso pesantissime ed apparentemente interminabili per scelta, quasi come se volesse allontanare fin da subito chiunque non fosse davvero pronto ad approcciarsi al gioco. Chiariamoci: pilotare il Jett nelle zone più aperte è effettivamente molto piacevole, complice anche il feedback aptico e dei grilletti del Dualsense che permettono di percepire con grande precisione ogni turbolenza, così come la propulsione dei razzi o la forza d’arresto dei freni aerei.

Purtroppo però questo non basta, perché a non funzionare è tutto il resto. Se da un lato, infatti, è positivo che non si sia lasciata la libertà di controllare la nave anche sull’asse verticale, in modo da semplificare i controlli e renderli più immediati, dall’altra questo comporta purtroppo che il Jett tenti di rimanere sempre ad una data altezza dal terreno, di fatto incollandolo ad esso e rendendo ogni manovra di precisione decisamente ostica. Una scelta infelice, se si tiene conto del fatto che gran parte del gioco si basa proprio sulla libera esplorazione e sull’analisi degli ambienti.

Succede spessissimo di incastrarsi tra gli alberi e le rocce in superficie, così come di frequente quelle che potrebbero essere acrobazie spettacolari vengono interrotte dal fatto che, qualche metro sotto il Jett, il terreno cambia pendenza obbligando la nave ad un’inattesa picchiata verso il basso. Esiste un corposo numero di videogiochi che si basano sul concetto stesso del movimento e che ne esaltano la libertà: da Flower a Journey, passando per Haven (qui potete leggere la nostra recensione di Haven) e il bellissimo The Pathless; i titoli da cui trarre ispirazione per un sistema di movimento basato sullo scivolare liberamente c’erano, ma il team di Superbrothers ha deciso di puntare verso una direzione che risulta essere infinitamente peggiore e molto meno soddisfacente.

L’anti-game design di Jett

Il difetto più evidente di tutta l’operazione sta nello squilibrio tra le sezioni narrative, che sono il vero e proprio motore del gioco, e le lunghe sequenze esplorative. L’intreccio narrativo, di per sé, è piuttosto interessante

e racconta una storia che tocca con una certa sensibilità temi come la fede, la paura dell’ignoto e il rimorso, però ci si trova troppo spesso a combattere con il fatto che per farlo progredire è necessario scontrarsi con le fasi di gameplay a bordo del jett. La lentezza, di per sé, non è un grosso problema, specie quando si parla di opere fantascientifiche. È chiaro che la lentezza nei movimenti sia utile a far comprendere la vastità del pianeta ignoto che si sta esplorando per la prima volta. Il problema sta nel fatto che ci sono dei momenti in cui il gioco impone una serie di missioni tediose e poco interessanti, figlie di un game design assolutamente poco ispirato.

In particolare, durante il primo capitolo, il gioco impone di esplorare un isolotto sabbioso in mezzo al mare. Niente di strano fin qui, non fosse che in quel frangente si è obbligati a passare venti minuti ad analizzare forme di vita e formazioni naturali senza poter progredire in alcun modo, spaesati su un lembo di terra che offre pochissime indicazioni sul da farsi. Si tratta della prima delle grandi interruzioni della progressione del gioco che ritornano più e più volte durante la storia, peraltro realizzata con poca cura e messe in ombra dal carente comparto tecnico del titolo.

Spesso, infatti, capita di incastrarsi tra le insenature del paesaggio o, peggio, di sprofondare al di sotto del livello del terreno, rimanendo così bloccati finché non si riesce a sfruttare lo stesso glitch al contrario per riemergere. Altre volte, invece, si ha a che fare con dei puzzle ambientali pensati maluccio e realizzati peggio, che si trasformano in fretta in estenuanti sessioni trial and error facilmente evitabili.

L’impressione è che neanche Superbrothers avesse ben chiaro in mente in che direzione orientare Jett: The Far Shore, che finisce per essere un videogioco che alterna affascinanti spezzoni di trama a lente e macchinose esplorazioni della sua ambientazione senza quasi mai riuscire ad amalgamarli al meglio. È un peccato, perché l’opera ha una sua dignità, soprattutto se si prendono in esame le sue bellissime atmosfere aliene o i richiami postsovietici della cultura del popolo di Mei o le vibrazioni esoteriche che emana il sistema religioso su cui poggia.

Dispiace anche perché Jett: the Far Shore è incorniciato da una colonna sonora meravigliosa, che è contemporaneamente sognante, aliena, coinvolgente e composta con grandissimo gusto. Proprio come nel caso di Sword & Sworcery EP, parliamo di una delle colonne portanti dell’esperienza, di un fenomenale innesco per la potenza emozionale che caratterizza alcune delle due sequenze più riuscite. Di fatto, Jett: the Far Shore avrebbe funzionato infinitamente meglio se il team avesse deciso di ridimensionare il gameplay per concentrarsi sulla componente emotiva e sensoriale della produzione, invece di fare il passo più lungo della gamba senza aver chiara la direzione da seguire.

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