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I Greci e la follia: genio o malattia?

Il gesto di Medea

Il gesto di Medea invece, almeno nella versione di Euripide, risulta da un sottile misto di fredda lucidità (l’omicida pianifica accuratamente il crimine) e follia disperata. Per questo motivo, fin dall’antichità, le motivazioni di Medea (E. R. Dodds, The Greeks and the irrational, Berkeley-Los Angeles-Oxford, 1962) sono state al centro di un dibattito tra filosofi e medici per determinare se la madre infanticida avesse soprattutto agito per calcolo o ceduto a una folle passione.

Ma oltre a questa follia sanguinaria, dietro cui l’intervento degli dèi fa talvolta capolino, i Greci hanno riconosciuto l’esistenza di una follia più sorridente alla quale attribuivano alcune virtù. È Platone che formula più chiaramente quest’idea nel Fedro (244a), spiegando che “i beni più grandi ci provengono da una follia (mania) che ci viene concessa per dono divino”, e siccome quello che proviene dagli dèi è superiore a ciò che nasce nel mondo degli uomini questo tipo di follia è in realtà superiore alla saggezza.

Follia “ispirata” Platone

All’interno di questa follia “ispirata” Platone individua quattro diverse forme: la follia amorosa (ispirata dalla persona amata), la follia profetica o mantica (di ispirazione divina),quella telestica (ispirata dalla celebrazione religiosa dei misteri) e la follia poetica (ispirata dalle Muse).

Le forme più nobili dell’attività umana, come la poesia o la filosofia, hanno quindi rapporti necessariamente ambigui con la follia. Sempre nel Fedro (249d) si può leggere:“Siccome si allontana dalle occupazioni umane e si rivolge al divino, [il saggio] viene accusato dai più di essere fuori di senno, ma sfugge ai più che egli, invece, è invasato da un dio.”

In effetti la follia è raramente oggetto di consenso e la distrazione dello scienziato o del saggio che, ad immagine di Talete, rischia di cadere in un pozzo perché staguardando al cielo, è generalmente derisa dalla gente. Più tardi, Erasmo, nel suo Elogio della follia (1521), ammetterà che “preferisce apparire pazzo e privo di iniziativa, piuttosto che mostrarsi assennato tenendosi la rabbia in corpo”.Ma come riconoscere con certezza quest’amabile follia e soprattutto come distinguerla dalla malattia dell’anima che ci fa soffrire e fa soffrire gli altri, e richiede quindi l’intervento del medico? Un aneddoto che mette in scena Democrito illustra perfettamente quanto è difficile distinguere la follia dal genio ma anche il ruolo che deve ricoprire il medico. Una delle lettere (Lettera 17) allegate al corpus ippocratico tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. racconta come gli abitanti di Abdera, temendo che il loro concittadino Democrito, in preda a un riso irrefrenabile, fosse diventato pazzo, decisero di chiamare in aiuto il più grande medico dell’epoca, Ippocrate di Coo. Arrivato sul posto, quest’ultimo trova il filosofo in mezzo ai suoi libri e a carcasse di animali sezionati, intento a trovare “la natura e la sede della bile che, come sai, dice Democrito a Ippocrate, è comunemente la causa della follia quando sovrabbonda”. Gli abitanti di Abdera, al contempo rassicurati e stupiti di sapere che, in fin dei conti, il loro concittadino “stava ridendo della follia degli uomini”, assistono alla discussione sulle origini e le cause della follia avviata dai due scienziati.Di fronte a ogni azione ritenuta insensata i Greci hanno infatti cercato di operare una distinzione tra quel che era riconducibile, secondo loro, all’errore di giudizio (amartèma) e quel che rientrava nell’ambito della passione (pathos). A proposito di Medea, il filosofo e il medico, in questo caso Crisippo e Galeno, sono concordi nel dire che la madre infanticida non ha commesso il suo crimine in base ad una decisione ragionata –la poca lucidità che le restava le consentì soltanto di intravedere il carattere abominevole del proprio gesto – ma per passione, essendo la sua azione il risultato di una forza irrazionale.E alla domanda se tali eccessi dipendessero da una “malattia dell’anima”, i Greci,che usano la stessa parola (pathos) per indicare la passione e la malattia, hanno generalmente risposto in senso affermativo

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