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World Vegetarian Day: tutti vegetariani?

Il 1° ottobre è il World Vegetarian Day – la Giornata Mondiale Vegetariana – celebrato la prima volta nel 1977 su suggerimento della North American Vegetarian Society (NAVS) e poi approvato dall’International Vegetarian Union nel 1978. I benefici della dieta vegetariana sono studiati da tempo: fa bene alla salute, salva la vita degli animali e aiuta anche preservare la Terra. Ma cosa accadrebbe se tutti gli abitanti del Pianeta intraprendessero una dieta vegetariana rinunciando alla carne, come suggerito da alcuni scienziati e dalla giovane ambientalista Greta Thunberg? Abbiamo provato a fare qualche calcolo e a delineare qualche scenario.

Subito no alla carne? Una catastrofe. Un passaggio immediato a un regime vegetariano sarebbe una catastrofe. Una fetta consistente della carne che ogni anno viene prodotta nel mondo (350 milioni di tonnellate) e che è già nella filiera, rimarrebbe invenduta e non si troverebbe subito il modo di sostituirla nelle nostre diete con un quantitativo sufficiente di nutrienti vegetali. Le aziende e i privati del settore fallirebbero, facendo crollare le economie di numerose popolazioni basate prevalentemente su pesca e allevamento. Ne deriverebbero: bracconaggio, mercati illegali della carne, caccia e pesca clandestina, imponenti migrazioni e, probabilmente, nuove guerre, senza contare che un po’ ovunque si andrebbe incontro a problemi di carattere sociale, psicologico e anche biologico, con un notevole impatto anche sulla biodiversità animale. Insomma, uno scenario disastroso.

Se invece diventassino vegetariani gradualmente andrebbe molto meglio. In primo luogo è bene precisare che non tutti potrebbero seguire un’alimentazione “verde”, sia per motivi di salute – magari perché impossibilitati ad assimilare fibre vegetali – sia per questioni di habitat e sussistenza. Alcuni popoli (un centinaio di milioni di individui tra cui inuit, beduini, berberi e mongoli, per citare i più noti) non hanno infatti accesso diretto a risorse “vegetali”, vivendo in aree prevalentemente aride o permanentemente ghiacciate. Dipenderebbero, quindi, completamente dalle importazioni. In passato si è anche provato a riconvertire all’agricoltura alcune zone estremamente inospitali, come la vastissima striscia del Sahel (3.000.000 di km quadrati tra l’equatore e il deserto del Sahara), ma senza successo e con pesanti conseguenze per le economie locali, basate sulla pastorizia. Al netto di tali eccezioni, gli altri potrebbero invece intraprendere la scelta vegetariana. Con alcuni effetti positivi per tutti.

Come è noto, infatti, rutti e flatulenze dei bovini producono metano: da 200 a 500 litri al giorno per individuo. Liberarci dei 3,1 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti emesse ogni anno da tutti i ruminanti del globo sarebbe un bel colpo per l’ambiente. Marco Springmann, ricercatore dell’Università di Oxford, ha calcolato che se tutti smettessimo di mangiare carne, entro il 2050 le emissioni dovute alla produzione di cibo (verdure, ma anche latticini e uova) crollerebbero del 60%, arrivando addirittura al 70% se rinunciassimo a ogni alimento di origine animale, nell’ipotesi più radicale, quella vegana.

meno carne, più salute. Certo, una decisione così radicale e rivoluzionaria ci farebbe perdere numerose tradizioni culturali. E non ci riferiamo soltanto al cotechino, al prosciutto e alla nduja, la salsiccia piccante calabrese, a cui è andato immediatamente il nostro pensiero. La carne è legata all’identità di molti popoli, è parte integrante di festività religiose (per gli ebrei, per esempio) o di riti di passaggio, soprattutto per le popolazioni indigene di Sud America, Africa, Asia e Oceania. Per non parlare poi delle popolazioni nomadi, come berberi e mongoli: una vita sedentaria basata sull’agricoltura e non sull’allevamento o la caccia equivarrebbe alla perdita della loro identità.

Dal punto di vista della salute, però, ci guadagneremmo tutti: andremmo incontro a una concreta riduzione delle morti per cancro e per malattie cardiovascolari perché si eviterebbero quelle dovute a un eccessivo consumo di carne rossa, globalmente quantificabile tra il 6% e il 10%. Sarebbero 5-8 milioni di vite salvate ogni anno. Il tutto con un risparmio di circa il 2-3% del prodotto interno lordo globale in termini di minori spese sanitarie.

Inoltre, una dieta vegetariana è adatta a tutti dal punto di vista biologico. «L’aumento di fibra alimentare che una dieta vegetariana porta con sé ha un impatto rilevante in primis sulla flora intestinale, ma anche sulla sensazione di fame e sazietà e, contrariamente a quanto si possa pensare, se l’alimentazione vegetariana continuasse ad apportare tutti i nutrienti necessari all’organismo, i cambiamenti a livello fisiologico sarebbero minimi», spiega Francesca Scazzina, docente di Fisiologia all’Università di Parma.

dieta vegetariana equilibrata. Il fabbisogno quotidiano di proteine è di 0,9 grammi per kg di peso corporeo e si può facilmente assumere mangiando pasta, legumi, latte, uova e yogurt. «Molte proteine vegetali possono integrarsi perfettamente tra loro garantendo un adeguato apporto di tutti gli amminoacidi, e nel contesto di una dieta vegetariana equilibrata non si riscontrano carenze rilevanti di nutrienti», prosegue l’esperta: «al limite, potrebbe essere utile integrare gli acidi grassi omega-3 con l’introduzione delle alghe nell’alimentazione.»

Diverso sarebbe il discorso per quanto riguarda la dieta vegana, cioè priva di prodotti come latte, formaggi e uova. «In tal caso sarebbero necessari diversi accorgimenti», aggiunge Scazzina: «servirebbero anche in questo caso omega-3, ma anche fonti affidabili di vitamina B12, calcio , ferro e zinco. L’assenza di tali elementi potrebbe comportare carenze nutrizionali soprattutto in bambini, anziani, e nelle donne in gravidanza e allattamento». Dovremmo dunque assumerli attraverso integratori, e il mercato di questi prodotti, già oggi in crescita, si svilupperebbe notevolmente.

Sconvolgimenti economici. Quanto detto finora vale però per i Paesi sviluppati. I problemi arriverebbero per chi abita nel resto del Pianeta, soprattutto in aree sovrappopolate e non in grado di sostenere con i soli vegetali il fabbisogno della popolazione. Il nodo sta nel rimpiazzare un prodotto come la carne, che fornisce un numero ingente di proteine a costi relativamente bassi e facilmente reperibile, con legumi, cereali e verdure.

Ma la quantità di proteine proveniente oggi dagli allevamenti è facilmente sostituibile? Teoricamente sì, se ipotizziamo di coltivare ogni terreno con la soia: produrremo il 468% di proteine in più rispetto alla carne, a fronte di una spesa maggiore soltanto del 65%. L’unica vulnerabilità in tale meccanismo è che le monocolture, a lungo andare, depauperano il terreno diminuendone la biodiversità, ed è necessario ruotare le coltivazioni per mantenerlo fertile. Per cui, dopo alcuni raccolti, occorrerebbe variare la nostra fonte di proteine seminando piante alternative.

E se diventassimo tutti vegetariani? è un articolo di Simone Valtieri, pubblicato su Focus 330 (aprile 2020), ora disponibile solo in digitale. Leggi anche il nuovo Focus in edicola!

Se diventassimo tutti vegani? Nello scenario più radicale, quello vegano, dovremmo poi pensare a ricollocare in altri settori circa 38 milioni di pescatori e 570 milioni di allevatori. Anche volendo, non è possibile trovare lavoro per tutti nell’agricoltura. La superficie terrestre, infatti, è per un terzo adatta all’allevamento e non all’agricoltura. Non solo: oggi al mondo ci sono 5 miliardi di ettari destinati ad agricoltura e allevamento, e il 68% è destinato solo a quest’ultimo.

Secondo gli esperti basterebbe usare il 20% di quelle aree per coltivare alimenti sostitutivi della carne. Il resto potrebbe essere lasciato per foreste e zone verdi, contribuendo ad aumentare la biodiversità. Servirebbero però tempo e investimenti economici, perché in una prima fase i terreni lasciati dall’allevamento si impoveriscono. Il rovescio della medaglia è che, comunque, anche la presenza degli animali da allevamento contribuisce alla biodiversità.

Se invece decidessimo di mantenere gli allevamenti e convertirli alla produzione di latte e derivati, i problemi riguarderebbero la quantità di latte prodotto, inferiore a quello attuale giacché buona parte sarebbe destinata alla nutrizione dei vitelli non più macellati. Resterebbe poi la difficoltà nel “ricollocare” questi ultimi in natura , dove molti esemplari non sopravvivrebbero per l’incapacità di procurarsi cibo , soprattutto nelle stagioni più fredde, o perché predati da altri animali. Un discorso analogo andrebbe fatto per i 10 miliardi di “polli” al fine di mantenere la produzione delle uova.

Buon senso anche a tavola. Ma al di là dello scenario drastico di un mondo totalmente vegetariano sognato da molti, basterebbe un consumo più moderato della carne (una o due volte a settimana al massimo) per ridurre notevolmente le emissioni globali (nel solo Regno Unito, secondo un recente studio, crollerebbero del 17%) e stare meglio in salute. In sostanza, se da domani tutti mangiassimo il giusto quantitativo di carne, il mondo di dopodomani ne trarrebbe sicuramente beneficio.

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