mercoledì, Dicembre 1, 2021
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Smart working, entro il 30 ottobre tutti in ufficio con orari flessibili

ROMA – Quindici giorni di tempo per riorganizzare il lavoro in presenza: la bozza del decreto che mette fine di fatto al lavoro in smart working della Pubblica Amministrazione conferma la data del 15 ottobre per il rientro ma vi aggiunge quella del 30, termine ultimo per “il rientro del personale dipendente”. E apre la strada a una organizzazione degli uffici più vicina all’utenza, stabilendo che va subito assicura la presenza in ufficio del personale addetto alle attività di sportello e di ricevimento ma soprattutto che l’orario di entrata e uscita, anche per evitare l’eccessivo concentramento dei dipendenti, possa diventare flessibile, anche in deroga alle modalità previste dai contratti collettivi. Quindi a questo punto la flessibilità può anche estendersi agli orari di sportello e di ricevimento: fermo restando che ogni dirigente organizzerà il lavoro come ritiene meglio, c’è una spinta verso un allungamento e una diversificazione degli orari.

Il decreto ribadisce la centralità del lavoro in presenza: gli uffici, si legge, devono riorganizzare le proprie attività “prevedendo il rientro in presenza di tutto il personale” entro il 30 ottobre. Il lavoro agile non scompare ma “non è più una modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa”, come ha in più occasioni affermato il ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, e in ogni caso “non deve in alcun modo pregiudicare o ridurre la fruizione dei servizi resi all’amministrazione a favore degli utenti”. Le Regioni e gli enti locali potranno anche modificare gli orari dei mezzi pubblici per favorire la flessibilità di entrata e uscita dei dipendenti della Pa.

La bozza dispone inoltre una rotazione del personale per il lavoro agile, mantenendo per ciascuno la modalità del lavoro in presenza, e un piano di smaltimento del lavoro arretrato. Il decreto fa riferimento all’accordo individuale previsto dalla legge 2017/81, la legge sullo smart working, precisando che tale accordo deve anche prevedere le modalità e i criteri di misurazione del lavoro a distanza.

Nel testo della norma sono annunciate “linee guida” sulle modalità di svolgimento e sulla misurazione dei risultati dello smart working, che “sono oggetto di previo confronto con le organizzazioni sindacali”. Un confronto già in atto, in sede di contrattazione, all’Aran, ma i sindacati si sentono esclusi da questo ritorno che, per molti, è prematuro, anche tenuto conto della situazione epidemiologica: “Nonostante viga lo stato di emergenza sino al 31 dicembre 2021 – obietta Marco Carlomagno, segretario generale Flp – Brunetta, pur di giustificare una misura che è dettata solo dal suo innato ostracismo nei confronti del lavoro agile, e dal suo notorio pregiudizio nei confronti del lavoro pubblico, dichiara superata ogni forma di prevenzione e sicurezza, nonostante permangano numerose criticità a partire dall’afflusso dell’utenza negli uffici, dimentica i lavoratori fragili e i caregiver”. Per quanto riguarda i lavoratori fragili, e anche le condizioni di sicurezza dovute allo stato di emergenza epidemiologica, la bozza in questi giorni verrà valutata dal Comitato Tecnico Scientifico.

Anche la Fp Cgil critica l’obbligo di rientro il 15 ottobre, prima che sia stata completata la contrattazione per stabilire le norme di attuazione dello smart working: “Il ministro si era impegnato con il protocollo di marzo a contrattare lo smart working, però adesso fa rientrare il personale in assenza di contrattazione collettiva. – dice la segretaria generale Serena Sorrentino – Non si può generalizzare, ci sono amministrazioni in cui lo smart working ha funzionato bene, non è detto che bisogna tornare insieme, ci sono servizi che possono richiedere la presenza dei lavoratori, ci vuole maggiore flessibilita, tenendo conto anche del tema della sicurezza. E poi noi pensiamo che in questo momento sia sbagliato dare un’enfasi al fatto che il ritorno in presenza può dare una risposta risolutiva ai problemi della Pa, perché il vero problema è quello dell’emergenza occupazionale,della carenza di personale”.

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