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Sofferenze bancarie, Ifis: “Non ci aspetta una nuova crisi”. La Fabi: “Il problema dei prestiti deteriorati riguarda pochi grandi soggetti, non le famiglie”

MILANO – La qualità del credito in pancia alle banche italiane resta uno dei principali interrogativi sulla ripresa, in particolare dopo una crisi del Covid che si è caratterizzata per l’anomalia di vedere il Prodotto interno lordo crollare vertiginosamente (quasi 9 punti) mentre le erogazioni di finanziamenti continuavano a fluire, grazie agli interventi di favore emergenziali del governo. Cosa succederà ora a quei prestiti che sono andati a imprese spesso esposte ad economie sconvolte dai lockdown?

Crediti difficili in crescita, ma sotto i livelli delle precedenti crisi

Secondo i dati del Market Watch NPL di Banca Ifis presentati venerdì, non c’è da preoccuparsi in maniera eccessiva. Per l’istituto specializzato nella gestione dei crediti deteriorati, il Covid non porterà a uno ‘tsunami’ nel mondo del credito e delle banche grazie al Pnrr in parte ma anche grazie a una nuova capacità di cooperare tra banche, operatori del servicing e istituzioni. La crisi tra le imprese c’è ed emergerà nei numeri dei prossimi mesi ma le misure anticrisi hanno contenuto l’impatto degli Npl e l’industria del servicing si è fatta trovare pronta investendo in competenze e tecnologie: il flusso di crediti deteriorati è inferiore ai volumi delle precedenti crisi, 2008 e 2015 ma anche minore rispetto alle previsioni del 2020. “Il governo e le istituzioni hanno adottato misure straordinariamente efficaci nel traghettare il Paese fuori dalla crisi economica. Oggi siamo in grado di assorbire i crediti deteriorati con efficacia ed efficienza e di essere protagonisti della ripresa” – quanto detto dall’ad di Banca Ifis, Frederik Geertman, alla decima edizione dell’Npl Meeting di Villa Erba.

Nelle stime di Ifis, i  nuovi flussi di credito deteriorato, pari a 41miliardi nel 2022 e a 32 miliardi nel 2023, saranno comunque inferiori ai 71 miliardi registrati nel solo 2013 sia in valore assoluto, sia in termini percentuali. Il totale delle esposizioni deteriorate (classificate come Npl o Utp, a indicare diverse gradazioni di difficoltà nel recuperare il denaro) a fine 2021 dovrebbe attestarsi in Italia a 345 miliardi di euro, cui 90 miliardi ancora sui libri bancari e il resto ceduto agli operatori del settore che giocano un ruolo importante nella stabilità del sistema finanziario. Lo stock nel 2023 dovrebbe toccare i 430 miliardi di euro di cui solo un quarto pesa sui bilanci bancari. Stando alle stime del report, l’Italia raggiungerà nel 2021 un NPE ratio (rapporto tra crediti deteriorati e totale crediti) di poco inferiore al 5% che si svilupperà in leggera salita al 5,9% nel 2023. Questo “permetterà alle banche di occuparsi del finanziamento e dell’economia reale”. La visione è comune e pubblico, privato e istituzioni fanno sistema: “questo è molto incoraggiante – tira le somme l’ad di Banca Ifis – Se le cose andranno anche diversamente da come abbiamo previsto ci sarà comunque un sistema che si saprà adattare, ogni operatore nel proprio ruolo collaborando gli uni con gli altri”.

Dove stanno le sofferenze: “Pochi grandi soggetti”

Detto dei flussi generali, dove si collocano i principali problemi di difficoltà a rimborsare i finanziamenti? In questo caso viene in soccorso la “Mappa delle sofferenze bancarie” realizzata dalla Fabi, che fotografa la situazione al marzo scorso. Ne emerge che sono i gruppi industriali e le grandi aziende a pesare, coi prestiti non rimborsati, sui bilanci delle banche italiane, ma i piccoli debitori (famiglie, partite Iva, piccole e medie imprese) hanno avuto maggiori difficoltà, nell’anno del Covid, a saldare le rate dei finanziamenti. Nel confronto col marzo 2020, circa la metà delle sofferenze bancarie, sul totale di quasi 50 miliardi di euro, si riferisce a finanziamenti di importo rilevante, superiori a 1 milione di euro. Si tratta, per l’esattezza, di 23,8 miliardi, pari al 49,96% dei 47,6 miliardi complessivi, riconducibili a 11.989 soggetti (famiglie e imprese) che corrispondono soltanto al 2,36% della galassia della clientela degli istituti di credito interessata dal fenomeno delle rate non pagate. E ad appena 126 soggetti fanno capo ben 2,9 miliardi di crediti deteriorati relativi a prestiti oltre 25 milioni di euro: allo 0,02% della clientela, quindi, fa capo il 6,12% delle sofferenze.

Pochi soggetti, quindi, che, nella platea di oltre mezzo milione di “cattivi pagatori” dell’industria creditizia, hanno una incidenza significativa sulle sofferenze del settore bancario. La percentuale sale, se si prendono in considerazione gli impieghi da 500.000 euro in su: il 4,39% dei clienti è “responsabile” del 60% delle rate non pagate, vuol dire che a 22.290 soggetti corrispondono oltre 28 miliardi di sofferenze.

“Le banche puntano molto sulla vendita dei prodotti finanziari e poco sui prestiti. Un’attività, quest’ultima, che è ancora molto legata ai rapporti personali dei banchieri con le imprese. Insomma, c’è ancora molto credito relazionale, finanziamenti agli amici degli amici – dice il segretario della Fabi, Lando Maria Sileoni – Proprio per questo tipo di comportamenti, le sofferenze delle banche, cioè i prestiti non rimborsati, sono prodotte da pochissimi, grandi soggetti. Insomma, non sono le famiglie, con le rate dei mutui o del credito al consumo, a mettere in difficoltà le banche, ma sono 126 grandi soggetti a pesare enormemente sui bilanci delle banche”.

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