mercoledì, Ottobre 27, 2021
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Giro d’Italia: lo Zoncolan è di Fortunato. Bernal sempre più padrone, cede Nibali

Si chiama Lorenzo Fortunato, un nome che già di per sé porta bene. Se poi è anche bravo, e coraggioso, come è stato Lorenzo, finisce anche per vincere la tappa più attesa, quella del terribile Zoncolan, la montagna che tutti in Friuli chiamano il Kaiser perchè svetta con la maestosa baldanza di un imperatore.
Lorenzo, bolognese di 25 anni dal sorriso contagioso, quando è uscito dalla nebbia, tutto storto e rappreso dalla fatica, con la neve sporca ai lati della strada, sembrava un manichino sul punto di crollare. Mancavano poche centinaia di metri, dopo una salita di 14 chilometri con delle rampe micidiali più adatte da fare con lo skylift che in bicicletta.

«In quegli ultimi metri non ho visto più niente» racconterà Lorenzo felice come quei corridori di una volta che prima salutavano la mamma, poi il papà e gli zii fino all’ultimo cugino.

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Una vittoria inaspettata

«Sapevo che avevo un po’ di vantaggio, e così mi sono dato coraggio e ce l’ho fatta… È la mia prima vittoria da professionista, quindi sono davvero felice. Già sorridevo per essere qui al Giro, figuriamoci ora…» è la incontestabile conclusione di questo ragazzo, della Eolo Kometa di Ivan Basso (vincitore qui nel 2010) che ha vinto per distacco la 14esima tappa del Giro d’Italia, la Cittadella-Monte Zoncolan di 205 km resistendo nel finale al ritorno dello sloveno Jan Tratnik e di Alessandro Covi.

Una vittoria inaspettata, quella di Lorenzo, perché su questa montagna, su questo importante snodo del Giro, ci si aspettava un’impresa da ricordare di uno dei big .«Sì, ma io mi sentivo bene, sapevo di poter stare con i migliori. Così, grazie anche alle sollecitazioni di Basso, ci ho provato. Direi che ha avuto ragione lui», osserva Lorenzo con aria beata.

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Bella storia, questa di Lorenzo. Di un corridore giovane, dall’allegria contagiosa, che sembra presa dai vecchi annuari del ciclismo. Di quando il ciclismo non era uno sport dominato solo dalle rigide gerarchie di squadra, con auricolari e computer, ma lasciava spazio alla fantasia e al coraggio. E alla voglia di stare con la faccia al vento, provando a vedere l’effetto che fa.

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