sabato, Ottobre 16, 2021
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Susan Sarandon

Susan Sarandon appare nel quadratino di Zoom, seduta nel salotto di casa sua a New York. Ha 74 anni, recita da quando ne aveva una ventina, quindi il numero di film in cui ha recitato è davvero impressionante: 82. Senza contare le parti in televisione, i cortometraggi, i doppiaggi. Insomma, una stakanovista della macchina da presa, che ha frequentato il dramma e la commedia, il cinema d’impegno civile e il film da cassetta. The Rocky Horror Picture Show, Dead Man Walking, Thelma e Louise: bastano questi tre film storici a delineare l’ampiezza e la profondità della sua carriera.

Alla recitazione ha sempre unito l’attivismo politico e sociale, in un mix che è da sempre raro per un’attrice di Hollywood. L’occasione dell’incontro è See life through a different lens: contactless connections – Exploring the power of cinema to connect us, una serie di conversazioni con grandi personalità del mondo del cinema organizzati da Mastercard durante la Mostra del cinema di Venezia, di cui l’organizzazione è main sponsor, per riflettere su come le storie raccontate dai grandi cineasti possano avere un impatto duraturo, ben oltre il film stesso.

Qual è il primo film che l’ha emozionata?
«Quando vidi Il conformista di Bertolucci mi ricordo con esattezza che pensai di non aver mai visto niente di simile prima. Forse non avevo neanche ben capito di cosa parlasse ma il modo in cui era girato era così diverso da quello dei film americani. Mi ricordo da bambina che guardavo i film di Shirley Temples e ne ero rapita. Ero la figlia più grande e non avevo molta vita fuori dalla famiglia, così mi affidavo molto all’immaginazione. Queste sono state le prime influenze ma il primo film che mi ha fatto vedere la possibilità del cinema come una visione fu il film di Bertolucci».

È un’attrice estremamente versatile. Come ha fatto a non rimanere intrappolata negli stereotipi?
«Mi sono sempre considerata un’attrice da personaggi e questo è il motivo per il quale sono sopravvissuta. Ho cominciato a 20 anni e sono cresciuta davanti alla macchina da presa. Ho sempre voluto cambiare, non volevo fare sempre la stessa parte. Non mi sono mai vista come la più bella o la più carismatica tra le attrici: in questo modo sono riuscita sempre a nascondermi dietro i personaggi. È come reincarnarsi, infiltrarsi in microcosmi di cui spesso non sai nulla, come epoche, ambienti o donne eccezionali. Quando ho interpretato suor Helen in Dead Man Walking, per esempio, ho conosciuto la vera suor Helen che mi ha dato il suo libro. In quel caso ho sentito su di me un’enorme responsabilità, perché stavo raccontando la storia di una persona incredibile che faceva cosa molto coraggiose. Quindi per me recitare è come sperimentare una specie di compassione rinforzata, in un certo senso». 

I film possono cambiare il punto di vista su certi temi. Le è successo con qualche ruolo?
«Innanzitutto vorrei dire che, proprio in virtù di questo, penso che tutti i film siano politici. Dead Man Walking sfidava lo status quo, ma ogni film non è fa che una di queste due cose: rinforza o sfida lo status quo. Un film ti dice che cosa vogliono le donne, di cosa ridere e cosa no. Quindi anche film più leggeri come Il professore matto (del 1996, con Eddie Murphy, ndr) ti fa identificare con persone in cui normalmente non ti identifichi. È una grande responsabilità. Collegare il sesso e la violenza e rendere il tutto attraente, per esempio. Ridere a battute sui gay. È un potere che hanno gli storyteller come noi attori: possiamo dare agli spettatori nuove lenti con cui guardare il mondo».

Dead Man Walking ha avuto un impatto sull’opinione pubblica.
«Dead Man Walking è stato un film potente, sì. Dal punto di vista filosofico, ero già contraria alla pena di morte, quello che abbiamo fatto è stato raccontare cosa succede a una persona che va incontro alla pena di morte e lo abbiamo fatto mettendo al centro il peggiore degli esseri umani, non un uomo innocente, ma uno che ha commesso l’azione più terribile tra tutte. E la domanda era: questo giustifica la nostra azione di uccidere? Dead Man Walking creò enorme dibattito. Ma ogni film dovrebbe farlo. Mi ricordo quando avevo portato i miei figli a vedere The Truman Show, avevamo fatto una bellissima chiacchierata sul senso di sicurezza che non ti spinge a uscire dalla prigione. Io spero che ogni film che faccio, anche i più sciocchi, spingano le persone a parlare dopo, fuori dal cinema».

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