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Edoardo Coen: «Effetto nostalgia»

Quando aveva 16 anni, Edoardo Coen era convinto che sarebbe diventato una rockstar: «Ho iniziato a suonare la chitarra a 12 anni. Al primo anno di liceo classico, mi sono iscritto al Conservatorio per studiare Musica Antica, ma poi ho rinunciato. Non era il percorso giusto per me» rivela oggi Edoardo che, pur continuando a suonare e a scrivere in inglese le sue canzoni, ha scelto di dedicarsi alla carriera dell’attore. Dopo tanti anni di teatro e qualche comparsata in tv in fiction di successo come Don Matteo, la grande occasione arriva con Luna Park, la serie prodotta da Fandango e disponibile su Netflix dal 30 settembre che lo vede nel ruolo di Matteo, un ragazzo timido e innamorato perso di Rosa, che gli ha permesso di immergersi nella Roma degli anni Sessanta.

Com’è stato tornare indietro nel tempo?
«Bellissimo, anche perché sono da sempre un tipo nostalgico. Mi affascinano le cose del passato, ogni volta che vado nei mercatini dell’usato e dell’antiquariato è un viaggio straordinario. Tornare agli anni Sessanta, tra i capelli gellati e dei costumi incredibili, è stato un sogno che si è realizzato».

Da bambino che sogni aveva?
«Diventare Harry Potter. Ho sempre avuto dentro di me una grande attrazione per il cinema e quando, a 10 anni, ho girato con la mia classe il mio primo cortometraggio, ho subito intuito che qualcosa era cambiato. Il teatro è la mia vita, ma l’ideale sarebbe, un domani, fare l’attore e il musicista insieme».

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 Perché ha deciso di abbandonare il Conservatorio?
«Non ero del tutto convinto. Mio padre è clavicembalista, stavo portando avanti quello che era il suo percorso, ma non lo sentivo davvero mio».

Suo padre era contento della sua possibile carriera come musicista?
«Il suo sogno era quello, anche se i miei mi hanno appoggiato fin da subito nella scelta di diventare attore. Con mio padre, però, ho lavorato tante volte: alle sue tournée io faccio le letture, mi do da fare».

Che bambino era?
«Un pagliaccio assoluto, tenevo banco molto più di adesso. Avevo uno spasmodico bisogno di stare al centro dell’attenzione, ero sempre lì che guardavo, chiedevo, imitavo, esageravo».

Quando ha capito, invece, di voler recitare sul serio?
«Intorno ai 17 anni, anche se pensavo solo al teatro. Avevo terrore della telecamera. Sul palco, invece, mi sentivo a casa: piani b non ce ne sono mai stati e, per fortuna, è andato tutto bene. Dopo l’accademia ho iniziato a lavorare da subito».

Passare dall’intimità del palco di un teatro alla platea immensa di una piattaforma come Netflix come la fa sentire?
«Cerco di non pensarci e di tenere le aspettative basse, come quando vai a un ristornate un po’ zozzo e ti chiedi da dove provengono gli ingredienti che hai nel piatto».

Che sogni ha oggi?
«Sogno l’America, dove ci sono tanti progetti che stanno chiamando a sé attori italiani. Pensando in grande, mi piacerebbe lavorare un giorno con Paul Thomas Anderson, Quentin Tarantino e Christopher Nolan. Forse non è poi così impossibile».

Il suo più grande talento, invece?
«Mi reputo un buono. Un professionista serio».

(Foto in apertura di Fabrizio Cestari)

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