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Addio Grande Slam, le lacrime di Novak Djokovic

C’era mezza Hollywood in tribuna. Aveva preso il biglietto per un filmone storico a lieto fine, si è invece trovata davanti un dramma di quelli in cui alla fine vedi l’umanità dei personaggi. L’umano in questione è Novak Djokovic che era qui per la serata della vita. Vincere questa partita, la finale degli Us Open, significava portare a casa il Grande Slam, tutti e quattro i tornei più importanti nello stesso anno. L’ultimo a riuscirci era stato Rod Laver, secondo nella storia e unico capace di farlo due volte, ma si parla degli anni Sessanta, un’era geologica fa nel tennis.

E c’era anche lui, Laver, in tribuna, fra i vari Brad Pitt e Bradley Cooper, Lenoardo di Caprio e Ben Stiller, Spike Lee e Kate Hudson. Tutti a vedere quel robot che è spesso apparso il serbo diventare un po’ più umano. La macchina questa volta era Daniil Medvedev. Il russo, numero due al mondo, non ha sbagliato una palla, mentre Djokovic arrivava a rompere una racchetta fra falli e tensione.

Non è abituato Nole a giocare con il pubblico a favore. Si esalta quando l’arena è contro; ogni partita per lui è una battaglia. Erano invece tutti per lui a Flushing Meadows. «Stanotte, anche se non ho vinto, sono un uomo felice perché mi avete fatto sentire speciale», ha detto a fine partita. È stata una serata di lacrime. Per Djokovic si è frantumato un sogno difficilmente ripetibile. Se certamente un altro torneo dello Slam è alla sua portata e potrà quindi provare a superare quota 20 dove è appaiato con Federer e Nadal. Quasi impossibile sembra invece che li rivinca tutti nella stessa stagione.

È una sconfitta ancora più dura di quella in semifinale alle Olimpiadi contro Zverev che gli ha tolto la possibilità del Golden Slam, aggiungendo l’oro olimpico, ad Australian Open, Roland Garros e Wimbledon in attesa degli Us Open. Ha perso in tre set (6-4 6-4 6-4), fantasma di sé stesso. Come Zverev si era quasi scusato con lui a Tokyo, così Medvedev ha fatto a New York: «Per me sei il migliore di sempre».

Tutti i 20mila dell’Arthur Ashe voleva applaudire il migliore di sempre entrare nella leggenda. Non è stato così. Hanno forse visto la più terribile delle sue sconfitte, ma certamente Nole, troppo spesso terzo fra Federer e Nadal, è pronto ad altre battaglie.

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