mercoledì, Ottobre 20, 2021
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Manuela Gostner, mamma in pista: «La mia sfida, per me e per le donne»

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I lunghi capelli biondi raccolti dentro al casco, lo sguardo concentrato che fa capolino dietro la visiera. Manuela Gostner si chiede spesso per quale diavolo di motivo abbia scelto di fare la pilota, poi però appoggia le mani sul volante e tutto torna chiaro in un baleno. Mamma, imprenditrice, donna in un mondo quasi solo di uomini. Guida una 488 GTE, un’automobile da competizione costruita dalla Ferrari, e partecipa al Mondiale Endurance (ossia un campionato per vetture Sport Prototipo e Gran Turismo impiegate in gara di durata) con le Iron Dames, un team tutto al femminile – all’interno di Iron Lynx – che promuove la parità di genere nel Motorsport. «Ci sono tante ragazze che vorrebbero avvicinarsi ma non sanno da dove iniziare», ci rivela Manuela, bolzanina classe 1984. «Progetti come il nostro servono proprio per incuriosire e soprattutto supportare».

Fermo restando le difficoltà, la sua carriera com’è cominciata?
«La passione per la velocità ce l’ho nel DNA, è di famiglia. Mio papà e mio fratello correvano come amatori nel Ferrari Challenge. Ricordo che alla finali mondiali mi dissero che alle prove successive mi avrebbero fatto salire in auto con loro: pensavo scherzassero, invece erano seri».

Se la ricorda quella prima volta?
«Impossibile dimenticarla. Anche perché, a differenza delle mie colleghe che corrono da quando erano bambine, io ho cominciato a 30 anni. Quel giorno a Cremona mi ritrovai all’improvviso su una vettura da 650 cavalli. E fu amore istantaneo».

Cosa l’ha affascinata?
«Credo che certe automobili piacciano a tutti, hanno un grande appeal. Ma rimasi folgorata da ciò che faceva un pilota a bordo, dal coraggio e dalla preparazione. Cose che non immaginavo: così decisi di prendere un coach e, piano piano, imparare».

Non tanto «piano piano»: considerata l’età, il talento è venuto fuori subito.
«Sì, ma io fino a qual momento sapevo soltanto che l’automobile aveva quattro ruote. Ero abituata a guidare in strada, sono sempre stata brava nei parcheggi, ma in pista è un’altra cosa: devi andare contro il tuo istinto. Che ti dice di frenare, ma te devi accelerare».

La maggiore difficoltà pratica?
«Credo sia proprio la frenata, perché la devi spingere ben oltre quello che per te è il limite. Quando sei in rettilineo e affronti una curva, devi togliere il piede dal gas in un punto che, a qualsiasi persona normale, sembrerebbe già troppo tardi».

Della sua prima gara, invece, ha un ricordo?
«Certo: circuito di Brno, Repubblica Ceca. Stavo per vomitare dal nervosismo, ero nel panico totale: mio papà e mio fratello mi dissero che non sarebbe potuto succedere nulla perché partivo penultima. Bugia! Poi comunque ho fatto i miei giri ed è andata bene».

Immagino abbia avuto anche un po’ di paura.
«Quando sali in auto sono meno le volte che non hai paura. L’anno scorso, proprio alla partenza di Monza, ricordo che aveva piovuto tutta la notte, faceva freddo: una situazione terribile. Poi però quando, ti sale l’adrenalina, la concentrazione vince su tutto».

Tra l’altro ha anche due figlie. Come gli ha spiegato la sua passione?
«Con sincerità e parole semplici, alcune cose ancora non le capiscono. Ma tanto per loro resto sempre la mamma, che fa cose da mamma. È normale che sia così, io cerco di coniugare al meglio la vita privata con tutto il resto».

Come si svolge la sua giornata tipo?
«Considerato che sono single e ho anche un’azienda con quindici dipendenti, mi sveglio molto presto e faccio subito palestra. Poi porto Maya (9) e Laura (13) a scuola, vado a lavoro. Nel pomeriggio cerco di fare un’altra sessione di allenamento. E ogni tanto un po’ di kart, in vista dei weekend di gara in cui finalmente torniamo in pista».

Vita super-impegnata. Non ha mai pensato di mollare?
«Quando arrivi al traguardo, è come raggiungere la vetta di una montagna, una soddisfazione che ti ripaga di tutte le sofferenze e i sacrifici del percorso. Però ecco, il pensiero “ma chi me l’ha fatto fare” è abbastanza frequente».

E si è data una risposta?
«Sono una persona che quando si mette in testa una cosa, dà il meglio di sé per raggiungerla. È stata una sorta di sfida: volevo dimostrare a me stessa e al mondo intero che potevo fare una cosa simile, con tutta la mia femminilità».

Appunto, com’è stato l’ingresso in un mondo prevalentemente maschile?
«Non credo sia diverso dalle professioni in cui le donne sono in minoranza. Non ho mai vissuto episodi spiacevoli, ma penso che a cosa più difficile sia guadagnarsi il rispetto dei tecnici. Poi – una volta che l’hai conquistato – non c’è più grande differenza».

Anche perché, uomini e donne, possono correre insieme senza gap.
«Per me è la cosa più normale del mondo, il progetto Iron Dames lo dimostra. D’altronde, a livello fisico, non viene chiesto uno sforzo muscolare massimale, bensì serve la resistenza. Basta vedere anche i piloti che approdano in Formula 1, è raro che siano dei colossi».

Come si spiega che, in 70 anni di F1, abbiano esordito solo cinque donne?
«Non dipende dalla differente costituzione fisica maschile e femminile, penso sia soltanto una questione statistica. Basti pensare a quanti a quanti ragazzi si avvicinano alle gare automobilistiche e provano la carriera da piloti: una fetta piccolissima di loro ci riesce davvero. Quindi per le ragazze, che sono pochissime a provarci, è ben più complicato».

La parità è ancora lontana, ma Iron Dames (e non solo) segna una rotta importante. Vorrebbe rimanere all’interno di questa realtà anche in futuro?
«Per adesso penso alle gare e spero di poter correre ancora qualche anno per questo team. Poi si vedrà: ci sono tanti programmi in essere, mi piacerebbe aiutare a portare avanti questo messaggio, supportando e consigliando le più giovani. Perché mi piace e perché è giusto».

Per se stessa, appunto. E per le donne.

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