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«Dal muretto di casa al record italiano»

Aggrappata ad un ramo, seduta in cima ad un muretto, persino appesa a testa in giù. Quando Beatrice Colli tira fuori le sue foto di bambina, tutto all’improvviso diventa chiaro. Arrampicarsi (ovunque) è nel suo DNA. Ecco perché, seppur non abbia ancora compiuto 17 anni, ha già un palmares da campionessa di climbing, con il record italiano e il primato mondiale Under 18 nella disciplina di velocità. «La vetta, quando sono in gara, rappresenta l’obiettivo da raggiungere», ci rivela l’atleta del Team Vibram a margine del talk «Learn to Climb» firmato proprio dalla celebre azienda italiana, presso il Vibram Connection Lab a Milano.  «Poi ovviamente salire ha anche significati metaforici, ognuno sente i propri».

Una bambina, invece, cosa sente?
«Io sono entrata per la prima volta in una palestra che avevo 11 anni, a Colico, in provincia di Lecco. I miei genitori mi portarono lì perché mi arrampicavo in continuazione sul muretto di sassi che circonda casa mia. E pure sugli alberi del boschetto vicino».

Forse avevano paura che cadesse. È mai successo?
«Mai, in compenso però ho fatto cadere mia sorella che si è slogata un polso. Sono caduta tante volte in palestra, ovviamente, ma lì c’era il materasso: poter buttarcisi sopra è una sensazione bellissima».

Ecco appunto: oltre al materasso, che ricordi ha dei suoi primi allenamenti?
«Ero piccola, ma nella mente ho ancora le prese colorate che catturarono subito la mia attenzione. Ti viene voglia di toccarle e senti che sono ruvide: infatti ricordo pure il dolore alle mani, ma ero comunque contenta. Non volevo mai tornare a casa».

Le capita spesso di scalare outdoor?
«Dopo la prima volta che sono salita sulla roccia, non volevo più tornarci. Lì non ci sono i colori, devi cercare le prese, e se cadi sei legato alle corde. Può capitare di andare nel panico tra due rinvii (coppia di moschettoni, ndr), perché non riesci a proseguire».

Le è mai successo?

«Non ho mai vissuto situazioni davvero difficili perché non ho mai fatto percorsi lunghi. Però sì, mi è capitato di ritrovarmi bloccata in un punto, senza riuscire a scendere né a salire. In quei casi ti viene davvero da piangere, ma bisogna mantenere a calma».

Ha mai pensato di mollare?
«Mai, neppure quando mi hanno diagnosticato il morbo di Haglund, che è una dolorosa infiammazione ai talloni. All’inizio pensavo fosse soltanto un livido, poi i medici credevano fosse una borsite ma le sessioni di onde d’urto non sortivano effetti».

Quindi come ha risolto?

«Mi ha aiutato Vibram, ci siamo conosciuti quando sono venuti a fare una presentazione in palestra: ho raccontato il mio problema, abbiamo tagliato le scarpette e studiato insieme una calzatura con un elastico resistente che mi permettesse di scalare senza sentire dolore».

Una buona notizia per il futuro, dato che da quest’anno l’arrampicata sportiva è entrata nel programma olimpico. Ci spiega le tre discipline?

«C’è il bouldering, che è un’arrampicata lungo percorsi prestabiliti, con sotto il materasso: bisogna arrivare al top di più blocchi. Poi c’è la specialità lead, in cui sali con la corda una parete cercando di arrivare più in alto possibile in un determinato tempo. Infine la velocità, la speed, dove hai la corda ma devi scalare una parete nel minor tempo possibile, è come uno sprint. Verrà assegnata un’unica medaglia, tipo combinata. Dal 2024, invece, lo speed avrà un podio a parte».

Olimpiadi a parte, che consigli darebbe ad una persona che si avvicina a questo sport ?
«Di non abbattersi se volte, in alcune situazioni, resti bloccato. Capisco sia frustrante, ma la bellezza del climbing sta proprio nel ventaglio di emozioni che provi: un po’ di paura, certo, ma anche tanta gioia. E poi con la varietà dei percorsi a disposizione, non ti annoi mai».

Scalando la felicità.

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