domenica, Ottobre 17, 2021
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Vaccini: perché è fondamentale fare la seconda dose

Ci si può considerare vaccinati contro la covid solo dopo aver ricevuto entrambe le dosi dei vaccini disponibili (fatta eccezione per chi ha avuto il vaccino monodose di Johnson & Johnson). Chi sceglie di saltare la seconda iniezione e fermarsi a una dose soltanto rinuncia a quella che probabilmente è la parte più importante della vaccinazione, come spiega uno studio appena pubblicato su Nature.
 
Secondo gli scienziati della Scuola di Medicina dell’Università di Stanford, la seconda dose dei vaccini anti-covid non si limita a sigillare nel tempo la protezione offerta, ma induce una potente risposta antivirale che potrebbe potenziare le difese anche contro altre infezioni.

Non solo anticorpi. Il gruppo di scienziati guidati da Bali Pulendran, professore di Microbiologia e Immunologia a Stanford, ha analizzato i campioni di sangue di 56 volontari sani vaccinati col vaccino di Pfizer, con prelievi effettuati in diversi momenti dopo la prima e la seconda dose. Sono stati “censiti” sia gli anticorpi, proteine personalizzate che si legano al virus e gli impediscono di infettare, sia altre cellule immunitarie che di solito sfuggono alle misurazioni standard come i test sierologici. Gli anticorpi sono infatti la risposta più plateale all’infezione – o nel caso del vaccino, alla proteina spike. Ma il sistema immunitario è una macchina complessa, e gli anticorpi sono solo uno degli ingranaggi.

Il primo baluardo contro l’infezione. Il team si è concentrato su altre due componenti immunitarie: le cellule T, che vanno a cercare e poi distruggono le cellule che mostrano segni di infezione virale, nonché il sistema immunitario innato, la prima barriera incontrata dai patogeni, una sorta di “sesto senso” dell’organismo che per primo si rende conto di un’avvenuta infezione.
 
Anche se non è capace di specializzarsi nella lotta a specifici patogeni, il sistema immunitario innato scatena molecole di segnale che danno la sveglia al sistema immunitario adattivo, quello composto da cellule B (che producono anticorpi) e T. Nella settimana circa necessaria al sistema immunitario adattivo per organizzarsi, quello innato tiene a bada l’infezione come può, inglobando in modo indiscriminato le sostanze riconosciute come estranee.

L’iniezione che fa la differenza. Come ci si aspettava, la prima dose dei vaccini (nello specifico di quello di Pfizer) induce la produzione di anticorpi specifici contro il SARS-CoV-2. Ma l’effetto «non si avvicina neanche lontanamente a quello provocato dalla seconda dose che – spiega Pulendran – stimola livelli di anticorpi diverse volte più elevati, una risposta pazzesca delle cellule T assente dopo la prima dose soltanto, e potenzia straordinariamente la risposta immunitaria innata».

meccanismo di allerta. In particolare, la seconda dose ha causato, nei volontari studiati, un’imponente mobilitazione di un gruppo speciale di cellule “di primo soccorso” scoperte da poco. Questa squadra di pronto intervento, globuli bianchi che fanno parte dei monociti, è capace di esprimere alti livelli di geni antivirali, ma la loro risposta è modesta durante le infezioni naturali da SARS-CoV-2. La seconda dose di vaccino di Pfizer invece li chiama a raccolta, espandendo di 100 volte la loro quantità e cambiando la loro predisposizione da antinfiammatoria a più intensamente antivirale.
 
Queste cellule così schierate sembrano capaci di fornire un’ampia protezione già da subito contro l’infezione, prima che entri in gioco la parte specializzata del sistema immunitario. E potrebbero fornire un primo, grossolano scudo anche contro gli attacchi di altri virus, diversi dal SARS-CoV-2.

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