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«Datemi un windsurf e dominerò il mare»

Come e quando nasce la connessione con un elemento come l’acqua, non è facile da dire. Ma da raccontare sì, perché è un qualcosa che coinvolge, come un’incredibile storia d’amore. Ne parla così Marta Maggetti, windsurfer cagliaritana, attesa tra le protagoniste di Tokyo 2020  nelle acque della baia di Sagamy, località giapponese dedicata alla vela.

Unica windsurfista azzurra a rappresentare il tricolore nel Paese del Sol Levante, quella di Marta sarà una sfida che la vedrà confrontarsi con le migliori al mondo nella sua prima Olimpiade, cui si presenta con un palmarès di tutto rispetto.

L’atleta cagliaritana delle Fiamme Gialle di Gaeta è forte, determinata in acqua, quanto timida e riservata fuori dalle onde. Si trasforma, come una sirena e indossa questi due volti allo stesso modo, due facce di una medaglia che fanno di lei un personaggio interessante, tutto da scoprire. «Descrivermi? Sono una ragazza solare, mi piace stare con i miei amici all’aria aperta e condividere con loro le emozioni», racconta l’atleta che si prepara per Tokyo.

Eppure quando cavalca l’onda quella solarità si trasforma in fiamma. «L’attrazione per il mare mi appartiene fin da quando sono piccola». Beh, se nasci in Sardegna, forse nelle vene ti scorre acqua salata prima ancora del sangue, ma la sua è un’attrazione diversa, fatta di onde, di irregolarità, di movimento. Facile amare il mare quando è immobile e riflette le sfumature del sole, più difficile è apprezzarlo quando è inquieto.

«La passione per il connubio tra vento e acqua arriva dalla mia famiglia: mio padre Alessandro si diletta con il windsurf da quando ho memoria, mentre mia madre Elisabetta, per seguire i miei allenamenti, ha cominciato a partecipare a qualche gara di barca a vela, a bordo di hobie cat (catamarano fra i più diffusi ndr). Io sono sempre stata molto legata a loro, anche da teenager quando continuavo a fare tutte le attività e i viaggi insieme: il rapporto con le onde è sempre stato un affare di famiglia».

Da qualche parte però quella scintilla deve essere pur partita. Marta la fa risalire a un giorno in cui per la prima volta saltò in piedi a una skinboard, una tavola con cui scivolare sul bagnoschiuma, come uno skate ma senza ruote. «Avevo visto dei ragazzini praticarlo e ho cominciato a copiarli. Mi veniva  molto bene, avevo 8 anni e mi sembrava di aver trovato il gioco più divertente del mondo. Poi, un giorno, mio padre mi portò al circolo di windsurf di Cagliari con lui. Mi ricordo che le prime ore mi sembrava difficilissimo restare in piedi, era faticoso, eppure c’era un qualcosa che non mi faceva smettere. Provavo e riprovavo, fino a quando arrivò la magia: una raffica di vento e subito una sensazione bellissima di libertà. Mi sentivo, indipendente a contatto con la natura ».

Una sensazione difficile da capire per una bambina di otto anni, forse allora era semplicemente un mix di divertimento e adrenalina, ma che, con la consapevolezza di poi, si sarebbe trasformato in un amore per la libertà. «Da quel momento non ho più smesso, mi appassionavo sempre di più, uscivo anche con il vento fortissimo e il mare piatto».

Nel frattempo altri ragazzini arrivano al circolo e il giro di amici windsurfer si ingrandisce. Dopo due anni arriva un ragazzo di Bracciano, Andrea Beverino, un ex agonista che vede in quel gruppo di giovanissimi un potenziale. «Ci ha portati a fare una gara a Bracciano. Ci siamo andati per gioco, mai avrei creduto di poter arriva seconda a soli 11 anni in una gara. Insomma c’era del potenziale e capii che mi piaceva tanto la competizione, ma vissuta sempre come gioco».

Marta cresce, prova anche altre discipline della vela, le barche e anche la tavola da surf, ma alla fine torna sempre indietro al primo amore, al windsurf attraversando tutte le categorie della disciplina. Sogna i cinque cerchi e prova già a Rio, ma davanti a sé ha una grande Flavia Tartaglini e Marta è ancora troppo giovane visto che all’epoca aveva appena 20 anni.

ph. Studio Fotografico Locci

A Tokyo invece ci arriva con una maturità diversa, pronta a prendersi la responsabilità di essere l’unica italiana a rappresentare questa disciplina. «È un’emozione molto forte, ancora più grande perché con il rinvio di un anno c’è stata maggiore tensione, stress accumulato. Finito il Mondiale nel 2019, avevo il pass in tasca. Invece la pandemia ha prolungato il periodo delle selezioni ed era come dover iniziare tutto da capo, con la differenza che il primo lockdown non dava la possibilità di cominciare proprio niente! Ammetto di aver avuto un momento di grande sconforto e preoccupazione, ero chiusa in casa, mi allenavo ma non sapevo per cosa. È stata durissima: vivevo nella casa dei miei genitori che sta lontanissima dal mare e non avevo modo nemmeno di vederlo, mi sentivo un criceto chiuso in gabbia».

Poi arriva Maggio 2020 e si torna in acqua sul lago di Garda. «Allora è subentrata un’altra preoccupazione: Giorgia Speciale stava andando molto forte, c’è stata una competizione all’ultimo soffio di vento e ce la siamo giocata fino alle ultime tre regate. Questo pass olimpico me lo sono sudata fino alla fine e ora ho voglia di fare davvero bene. Sono cresciuta molto e so che ho la possibilità di arrivare nei primi tre. L’obiettivo quindi è prendere una medaglia a Tokyo».

ph. Studio Fotografico Locci

Appassionata di disegno, come insegnato dal nonno materno Antonino, il suo è un estro che mette al centro paesaggi e soggetti astratti carichi di sfumare i colori. A questo, ci associa la fotografia, e il montaggio video . «Mi piace immortalare, con un disegno o sulla pellicola, la mia terra. La Sardegna non finisce mai di farmi innamorare», dice.

E se le chiedi se ha mai avuto paura in mare, Marta risponde: «Di momenti di difficoltà in mare ce ne sono stati diversi, spesso si esce anche con condizioni estreme, ma sono sempre riuscita a domarle. Del windsurf mi piace anche questo: il fatto che con una tavola puoi arrivare a gestire le condizioni del mare, e questo mi fa sentire forte. Grazie (anche) al mare, mi sento una donna forte».

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