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Cannes 2021, Flag Day, recensione del film di Sean Penn

Jennifer (Dylan Penn) si trova presso una stazione di polizia, dove le vengono mostrate delle banconote contraffatte. Lei le osserva, quasi compiaciuta, venendo a scoprire che il padre ne ha stampate per un importo pari a ventidue milioni di dollari. Jennifer è sorpresa, quasi accenna un sorriso, chiede di poterne tenere una in mano, convincendosi ancora di più dell’ottima fattura. È il 1992, ossia il momento in cui Flag Day, così come viene aperto, si chiude.

Sean Penn torna in Concorso dopo quel gran buco nell’acqua che è stato The Last Face, a cinque anni di distanza. Un terreno più familiare, dove può peraltro esprimersi a pieno pure in veste d’interprete. Qui Penn indossa i panni di John Vogel, padre di Jennifer Vogel, giornalista che ha scritto il memoir da cui il film è tratto. Flag Day è perciò basato su una storia vera, dicitura sempre un po’ delicata, poiché non di rado, in simili contesti, si tende a concedersi delle licenze che a posteriori si tenta poi di dissimulare col fatto che certi eventi sono realmente accaduti.

Qui i problemi sono di altra natura . Che Sean Penn non sia un narratore sottile lo confermano i suoi film precedenti, anche là dove il risultato alla fine si sia rivelato apprezzabile. C’è tuttavia un problema di approccio a questa vicenda, da cui a cascata derivano tutti gli eccessi ed i mancati accorgimenti. Adeguandosi in toto a un taglio da indie americano, si passa da una scena all’altra mediante una serie di collage con sottofondo musicale, la colonna sonora sempre di livello, per carità. Dopodiché è tutto nelle mani di chi è in scena, chiamata a riscattare una scrittura che non brilla per incisività, che al lavorio sulle singole scene preferisce immancabilmente la via più comoda.

Lascia perplessi prendere atto di come in fin dei conti non vi sia modo d’addossare alcuna colpa agli attori, che anzi, dalla figlia di Penn in giù, si comportano tutti in modo appropriato, persino Josh Brolin che compare giusto un paio di volte. Il ruolo di Penn, poi, lui stesso se l’è ritagliato su misura, col rovescio della medaglia di specchiarsi un pelo di troppo in quest’uomo roso da un’ambizione che supera di gran lunga le proprie capacità, e che non gli consente di essere il padre che non solo vorrebbe ma che con ogni probabilità potrebbe pure essere. Sempre ad inseguire il momento, le «opportunità», come le chiama lui, attingendo a piene mani dalla retorica americana del successo, che arriva per forza a chi lo desidera sul serio.

Peccato però che non vi sia alcuna amalgama, tutto delegato a certi exploit, anche là dove un certo impatto glielo si debba riconoscere. Permane tuttavia l’amarezza per delle circostanze che di potenziale ne presentano eccome, imperniate su un’universalità corroborante. Non così, non a queste condizioni, alla luce di una mano così pesante, che non a caso alla fine cede malamente, con quell’inseguimento in diretta TV e quel primo piano che da solo contempla la portata della regia di Penn.

E dire che emergono momenti in cui il materiale sembra in procinto di essere elevato, ed evidentemente ha sempre a che vedere con padre e figlia, specie quando in scena sono proprio Dylan e Sean, soli. Jennifer, affranta ma amorevole, che cerca in tutti i modi di far funzionare un rapporto che sa essere destinato al fallimento; impegnata su due fronti, quello personale, attraverso il quale deve risalire ed imporsi perché nessuno lo farà per lei, e quello che lo vede opposta al padre, il quale, almeno in un primo momento, funge pure da catalizzatore di questa ricerca ostinata finalizzata a una vita migliore.

Pare di rivedere in alcuni frangenti il Penn di Mi chiamo Sam (2001), al quale, consapevolmente o meno, Penn si è certamente rifatto. Del passaggio però da bambina spaesata ad adulta con la responsabilità di una madre acquisita non v’è traccia, e tale mancanza mortifica una traccia fondamentale, su cui credo addirittura possa reggersi l’intera impalcatura del racconto. Quando Jennifer si trova all’angolo, avvilita da un contesto familiare in cui la madre Patty (Katheryn Winnick) è succube volontaria, ed il film passa allo step successivo, si attende di conseguenza qualcosa che permetta di percepire, quantunque per vie traverse, il nuovo territorio in cui si è approdati. Nulla però lascia intravedere tutto ciò, se non una maggiore intesa tra John e Jennifer, che cominciano a rapportarsi da pari, mentre però lo sviluppo brucia le tappe e lascia il compito d’inferire elementi fondamentali allo spettatore.

Partendo dal presupposto dunque di una comprensibile familiarità col soggetto, cosa aggiunge Penn? Poco o nulla, e con discutibile inventiva per giunta. Flag Day si dipana sulla scorta di buona musica e qualche colpo di bravura da parte dei suoi interpreti, nonostante ingabbiati da una serie di scelte che in larga parte si rivelano sbagliate. Prendere a prestito Malick non è scelta saggia, errore commesso da molti nell’ultimo decennio, che di uno stile ne hanno fatto una posa, né potrebbe essere diversamente. Acuendo quel senso, ahimè percepibile, di rammendo, che andrebbe pure bene se fosse condotto sulla base anche solo di un’idea, anche solo una, purché forte.

Flag Day (USA, 2021) di Sean Penn. Con Sean Penn, Dylan Penn, Katheryn Winnick, Josh Brolin, Norbert Leo Butz, Jadyn Rylee, Hopper Jack Penn, Regina King, Cole Flynn, Beckam Crawford, Bailey Noble, James Juce e Dale Dickey. In Concorso.

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