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Erika Piancastelli e il softball

Questo articolo è pubblicato sul numero 28-29 di Vanity Fair in edicola fino al 20 luglio 2021

Siamo partiti da zero, il numero delle donne in gara nei primi Giochi dell’era moderna, e siamo a un 49 per cento arrotondato dal comitato olimpico e al record di presenze femminili dentro la squadra azzurra, pronta a sfilare nella cerimonia di apertura il 23 luglio. A oggi, mentre scriviamo, le italiane qualificate sono 173 e non è un traguardo, è un viaggio che si porta dietro le esperienze e le lotte e i successi di tante.

Un percorso tutto in salita che ha temprato la generazione Tokyo: atlete pronte a prendersi la scena anche per quelle che non hanno potuto esserci, anche contro i mille «no» che hanno ereditato e scardinato, e pure per chi verrà domani, fino a raggiungere davvero la parità. Hanno alzato la voce e vanno ascoltate.

Anni a sentirsi raccontare un posto che non c’è e all’improvviso scopri di poterlo raggiungere. Le Olimpiadi hanno estromesso il softball molto tempo fa ed Erika Piancastelli era rassegnata a vivere quel momento di rimbalzo, dai racconti della madre sul diamante ai Giochi di Sydney, nel 2000: «Ogni sera quelle emozioni, ripetute dall’inizio e sempre avvolgenti, come una fiaba. Fino a che, all’improvviso, baseball e softball rientrano in programma, solo per il Giappone. Mamma piangeva, io urlavo, un momento magico».

La squadra maschile non si è qualificata, le ragazze sì. Softball, «lo dici e la gente ti guarda strano», almeno da questa parte dell’oceano, ma Erika fa avanti e indietro con gli Usa e gioca secondo lo stile della California anche se mangia e pensa come una di Modena, «la tavola è confronto e condivisione, negli Stati Uniti non lo capiscono». Pure l’accento è un misto e si fa chiaro, senza fraintendimenti possibili sul ruolo: capitano, «non c’è bisogno di declinare al femminile».

Lei, a 25 anni, è una guida decisa e di poche parole, non la sentirete fare discorsi alla Ogni maledetta domenica, è quella che mantiene la calma, trasmette fiducia e pretende onestà. Ha Serena Williams come faro, «tosta, ha alzato il livello», e la madre come esempio: «Quando torno da Tokyo potremo finalmente parlare di queste benedette Olimpiadi. Io potrò dire la mia». E speriamo che restino comunque una favola.

Foto: GIAMPAOLO VIMERCATI

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