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Aiuto, il pesce scorpione è arrivato fino in Brasile

Da quando, circa 30 anni fa, è comparso nell’Atlantico settentrionale, il velenoso pesce leone (Pterois volitans) è diventato in poco tempo una delle specie acquatiche invasive più diffuse e voraci. A farne le spese, nell’ecosistema marino, sono state soprattutto le barriere coralline, dalla costa nord-orientale degli Stati Uniti ai Caraibi. Adesso, uno studio della California Academy of Sciences, pubblicato sulla rivista Biological Invasions, rivela che il pesce leone (detto anche “pesce scorpione”) si sta diffondendo a macchia d’olio anche nell’Atlantico del sud, in particolare nelle acque del Brasile, in cui è stato avvistato già quattro volte. Nel Mediterraneo, invece, il primo avvistamento di questo temibile predatore dalla bocca grande e dagli occhi sporgenti risale al 2017, lungo le coste siciliane. 

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La ricerca degli scienziati californiani intende fornire spunti su come gestire l’invasione prima che tutti gli ecosistemi locali ne vengano devastati. Con la sua livrea marrone che vira verso il rossiccio e la sua impressionante criniera di spine, il pesce leone provoca avvelenamenti che possono avere tre gradi diversi. Al primo grado la tossina produce eritema, ecchimosi o anche cianosi della parte colpita. Al secondo grado intorno alla puntura compaiono alcune vesciche. Al terzo grado si hanno necrosi locale e variazioni della sensibilità al tatto, che possono durare anche per più giorni.

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Classico pesce da acquario, lo Pterois volitans è molto ambito dai collezionisti che poi però lo rilasciano in natura , abbandonandolo in modo irresponsabile. Si sospetta che l’invasione dell’Oceano Atlantico sia iniziata proprio per questa via. Avendo una dieta molto ampia, che preda tramite uno stile di caccia unico nel suo genere, il pesce leone si riproduce per tutto l’anno e le sue uova possono galleggiare per lunghe distanze in balia delle correnti, agevolandone l’espansione con una rapidità superiore a quella di qualsiasi altra specie marina.

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“L’arrivo del pesce leone nelle isole oceaniche del Brasile è particolarmente preoccupante” afferma la biologa marina e coautrice dello studio Clara Buck. “Questi ecosistemi conservano una grande varietà di specie endemiche che non si trovano da nessun’altra parte sulla Terra”.

Gli scienziati della California sono convinti che per bloccare l’invasione del pesce leone bisogna anzitutto capire come è arrivato fino al Brasile. C’è chi pensa che si sia mosso dalle barriere coralline dell’Amazzonia verso sud, chi opta per il trasporto sulle correnti oceaniche tra le isole e chi punta il dito contro il commercio degli acquari. Come che sia, il pesce leone va fermato. Falliti i tentativi di eradicazione dalle acque brasiliane, i ricercatori suggeriscono di rallentarne la riproduzione, di modo che le specie autoctone possano escogitare un sistema per difendersi dalla sua voracità. Il governo locale ha chiesto perciò aiuto ai pescatori e soprattutto ai subacquei, che dovranno da un lato procedere all’individuazione degli esemplari e dall’altro renderli inoffensivi. Fondamentale dunque l’intervento dell’uomo nella gestione di questa eccezionale quanto pericolosa invasione, per proteggere le barriere coralline e le specie acquatiche del posto.

Luiz Rocha, ittiologo e coautore dello studio firmato California Academy of Sciences, sembra ottimista: “Il Brasile, e le isole Fernando de Noronha in particolare, devastate dal pesce leone, possono contare sull’aiuto di solide comunità di pesca subacquea. Se mettiamo nelle loro mani gli strumenti giusti, è assolutamente possibile tenere sotto controllo l’invasione”.

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