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«Rendiamo giustizia alla rappresentazione delle persone»

Secondo Francesca Vecchioni, Presidente di Diversity, ogni volta che la televisione generalista rinuncia a trasmettere un prodotto inclusivo che, sbagliando, qualcuno pensa di proporre su una piattaforma perché è convinto che lì attecchisca meglio è un’occasione persa, il sintomo di un pregiudizio che non fa onore né a chi quel prodotto lo realizza né al pubblico cui quel prodotto si rivolge. «L’immaginario collettivo cambia alla velocità della luce, basta davvero poco per rendere giustizia alla realtà e alla rappresentazione delle persone» spiega Vecchioni a margine dell’ annuncio delle nomination della sesta edizione dei Diversity Media Awards, che ogni anno premiano la rappresentazione delle diversity nei contenuti mediali, inclusi quelli audiovisivi.

Il 19 luglio, nel corso di una serata-evento al Teatro Franco Parenti di Milano condotta da Diego Passoni e trasmessa il 22 sui canali digitali di Diversity e sui siti dei principali broadcaster e publisher italiani, oltre a scoprire i vincitori (per votare le diverse categorie, dalla miglior serie italiana al personaggio dell’anno, basta registrarsi qui), vedremo anche l’attribuzione del Premio Speciale al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per l’attenzione costante ai temi della diversità e dell’accoglienza e per l’impegno con cui, nell’esercizio del suo ruolo, ha promosso i valori di una società inclusiva. Nel frattempo, però, con Vecchioni parliamo di come la rappresentazione delle minoranze nei media sia cambiata nel corso degli anni, se la pandemia abbia in qualche maniera influito in questo senso, e quanta strada c’è (ancora) da fare per far sì che le cose possano evolversi il prima possibile, rinunciando a qualsiasi forma di forzatura che inaridirebbe il discorso della vera inclusione rendendola più un problema a monte che una componente reale della quale tenere conto.

Vecchioni, a distanza di un anno com’è la situazione della rappresentazione delle diversity nel mondo mediale?
«Al centro di molti media, incluso il cinema, c’è quasi sempre il rapporto tra le persone, le relazioni umane. Il rischio è, però, quello di cadere nel paternalismo, nel buonismo o, addirittura, nel giustificazionismo quando si sente di dover usare per forza l’empatia. Se ti stai forzando di parlare di qualcuno, non stai facendo un racconto autentico della realtà. Cosa che, invece, non succede all’estero».

Cosa succede all’estero?
«Nel racconto si includono le diversity perché è una cosa normale: non racconti una storia solo perché, per esempio, una persona è disabile. In Italia non abbiamo ancora superato questo registro narrativo: la serialità straniera e le serie kids, invece, sì. Anche per via della possibilità di accesso alla fantasia, le serie per bambini sono considerate il prodotto che rappresenta meglio le diversità. Noi le premiamo da tre anni».

È logico, dopotutto, partire dalle basi per veicolare certi messaggi. Quindi dai bambini.
«Ai bambini puoi parlare tranquillamente di qualsiasi aspetto della diversità perché non hanno problemi, è il loro pane. Questo, però, ci porta a considerare un altro aspetto: il pregiudizio sull’età. I prodotti considerati più aperti sono, infatti, quasi tutti indirizzati ai giovani sulle piattaforme. Sui media dedicati a una popolazione più adulta o più anziana, i prodotti di questo tipo sono molti meno, e questo è grave, perché vuol dire che non c’è rispetto per il pubblico. Non è vero che le persone sopra i 50 anni che guardano la tv generalista non hanno la capacità o la cultura per apprezzare dei prodotti più “diverse”».

È come se qualcuno decidesse per loro.
«Rientra tutto nello stereotipo».

Cosa si può fare per cambiare le cose evitando una forzatura nel racconto?
«Ricordarsi che bisogna raccontare le persone nella loro complessità. Se pensi di raccontare una storia utilizzando una sola caratteristica che le contraddistingue, è logico che rimarrai sempre incastrato in una visione piatta delle cose, senza nessuna profondità. Nella realtà non si può prescindere dalla differenze perché sono normali, ogni persona ha con sé delle differenze. È sbagliato pensare a una storia e immaginare di metterci dentro “la donna”, “il gay”, “la persona disabile”: bisogna uscire da questo inghippo perché è questo che porta a stereotipizzare i personaggi come caratteri singoli. Fino a quando si continuerà a raccontare una realtà dove le persone occupano una casella, assisteremo sempre a un’immagine piatta, bidimensionale, non approfondita della realtà».

Com’è possibile, secondo lei, che nel 2021 parliamo ancora di stereotipi che dovrebbero essere stati superati decenni fa?
«Gli stereotipi ritornano sempre. Chi lavora nel mondo dei media deve avere grande rispetto per il pubblico e per i propri prodotti: se pensano che solo qualcuno sarà in grado di capirli forse c’è un problema già a monte. È un discorso che vale soprattutto per le generaliste: vedere la complessità delle cose è una caratteristica dell’età adulta, ed è un peccato che dei prodotti molto belli finiscano sulle piattaforme quando potrebbero avere molto più spazio. C’è sempre una responsabilità a provarci».

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Eppure io qualcosa nella generalista la vedo. La censura della scena di sesso gay de Le regole del delitto perfetto che fece Raidue 6 anni fa, per esempio, oggi non tornerebbe. Il bacio gay di Leonardo su Raiuno, poi, non ha portato a nessun titolo indignato il giorno dopo.
«È la forza della rappresentazione, l’immaginario collettivo cambia alla velocità della luce. Nel digital, i prodotti sono molto più liberi, svincolati dalla rigidità che possono avere altri media. Se non parli delle persone, le persone le fai sparire e non fai che impaurire la gente perché non saprà di cosa stai parlando».

Soluzione?
«Arricchire lo scenario senza impoverirlo con posizioni negative o polarizzanti. La rappresentazione funziona quando valorizza le differenze. Se penalizzi, o accusi, o riduci le differenze, stai dando un messaggio molto limitante».

È ottimista per il futuro, in questo senso?
«Sì, sono positiva. Il problema è tutto nel rappresentare le persone, far vedere che esistono, anche quantitativamente, in maniera adeguata. Al di là di questo, però, è importante anche dare loro una voce e un’identità. È solo vedendo la vita degli altri che riusciamo a comprenderla davvero».

(Foto in apertura di Jordy Morell)

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