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quel pomeriggio di giugno che sconvolse l’Italia

Ci sono tante storie dentro un pomeriggio di quarant’anni fa che è andato avanti tre giorni e che nessuno ha potuto dimenticare. È il giorno in cui Alfredino Rampi cadde in un pozzo artesiano profondo 30 metri, con un’apertura larga appena 30 centimetri. Tutta Italia seguì in diretta i tre giorni di tentativi di salvataggio.

ALFREDINO
Alfredo Rampi aveva sei anni. Era nella casa di campagna insieme alla sua famiglia, a pochi chilometri da Roma. Erano tutti fuori per una passeggiata, il bimbo chiede di tornare da solo.

A casa non arrivò mai. Il padre diede immediatamente l’allarme, quel pomeriggio del 10 giugno 1981. Lo cercarono per tutta la notte la famiglia, i vicini di casa, le forze dell’ordine. Fu il brigadiere Giorgio Serranti a individuare il pozzo.

Tutto fu tentato: una tavoletta calata nel pozzo, due tunnel vicini. Quando il bambino scivolò a 60 metri di profondità l’ultimo tentativo: una persona doveva calarsi nel pozzo. Ci provò prima Angelo Licheri, per 45 minuti a testa in giù: «Lo afferravo e scivolava via, non potevo fare nulla». Lo speleologo Donato Caruso lo raggiunse senza riuscire a prenderlo. Il 13 giugno non c’era più battito. Alfredino era morto.

LE VOCI
C’era quella del bambino che veniva dal pozzo. «Sempre più flebile» riporta Massimo Gamba nel libro Alfredino. L’Italia nel pozzo, pubblicato da Sperling&Kupfer. Il bambino parlava con la madre. «Si disperava, perché tutte le volte io gli dicevo: “Alfredino, adesso arriviamo, amore sei stato tanto bravo. Ormai mamma sta per arrivare…” E lui rispondeva: “Ma quanto tempo mamma?”… A un certo punto lui non ci credeva più e come sentiva la mia voce urlava, urlava, urlava».

Il vigile del fuoco Nando Broglio gli parlò con un megafono per 24 ore. Alle 16 e 30 del 12 giugno arriva anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini che ai giornalisti disse: «A me non interessa la televisione. La televisione è esibizionismo. A me interessa di aver sentito la sua voce. È un ragazzo che ha un coraggio eccezionale…».

IL FALLIMENTO
Disse Leonardo Sciascia che era stata una notte «come quella del primo sbarco sulla luna: il trionfo della tecnologia allora; la sua tragica sconfitta ora, davanti al pozzo di Vermicino. Si può andare sulla luna, ma non si può salvare un bambino caduto in un pozzo. Ne veniva un senso di angosciosa impotenza, di disperazione».

Dopo Vermicino, che seguiva di pochi mesi il terremoto in Irpinia, Pertini sollecitò la creazione di una struttura permanente di protezione civile. Disse a Franca Rampi: «Per lei ho creato un ministero che non esisteva». Il Centro Alfredo Rampi oggi promuove la cultura della sicurezza, della protezione da rischi ambientali, del soccorso nelle emergenze, dell’imparare a proteggersi.

LA TELEVISIONE
Da 12 a 30 milioni di italiani nei tre giorni seguirono in diretta sulla Rai a reti unificate i tentativi di recupero. Si vide tutto, ancora si discute sul fatto che forse si vide troppo: l’angoscia, il dolore, gli errori, la disorganizzazione. Tutti a guardare e tutti a sentirsi traditi poco dopo. «Se è vero che durante lo svolgimento del dramma la gente voleva sentire parlare solo di Alfredino», scrive Massimo Gamba, «…dopo i centralini della Rai hanno ricevuto centinaia di telefonate di protesta. Tutte persone che si sono sentite tradite dal servizio pubblico, come travolte e lasciate senza difese di fronte alla trasmissione televisiva più sconvolgente che sia mai andata in onda».

Le immagini nella gallery in alto sono le prime della serie Sky sulla vicenda

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