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la diva che conquistò Hollywood e difese la sua indipendenza

A ripercorrere la sua carriera e i traguardi che ha divorato anno dopo anno con dolcezza famelica, senza mai guardarsi indietro, il pensiero non può che andare a Francesco Pasinetti, il professore del Centro Sperimentale di Roma che disse che Alida Maria Altenburger von Marckenstein und Frauenberg, meglio conosciuta come Alida Valli, non solo non avrebbe mai sfondato come attrice, ma anche che era proprio «negata» alla professione. A raccontarlo fu la stessa Valli in uno dei diari che ha sempre scritto durante la sua vita e che Alida, il documentario diretto da Mimmo Verdesca presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e selezionato a Cannes e disponibile in sala il 17, il 18 e il 19 maggio (qui le date regione per regione), ha riportato alla luce attraverso una raccolta meravigliosa di filmati originali e di interviste, di estratti e di materiali inediti.

Attraverso un attento lavoro di ricostruzione impreziosito dalla voce narrante di Giovanna Mezzogiorno e dalle testimonianze di mostri sacri del cinema italiano e internazionale come Charlotte Rampling, Vanessa Redgrave, Piero Tosi, Bernardo Bertolucci e Dario Argento, Alida è l’espressione massima del talento di un’attrice che, dal piccolo paese di Pola, ha conquistato prima Cinecittà e poi Hollywood con naturale semplicità, lottando con una timidezza che, dal Feroce Saladino a Mille lire al mese, l’ha presto portata nell’Olimpo dei grandi senza che se ne rendesse conto.

«Non ero carina, ma ero fotogenica» scrisse Alida Valli descrivendo il turbinio di popolarità degli anni Quaranta, i molti film commerciali che le valsero il benestare degli ammiratori e i film d’autore, primo tra tutti Piccolo mondo antico di Mario Soldati, che le offrirono un biglietto d’oro per Hollywood grazie a un contratto settennale con David O. Selznick, il produttore di Via col Vento ed È nata una stella. Nonostante le voci – prive di fondamento – che la dipingevano come l’amante di Mussolini, Alida, che in America sarebbe stata inizialmente denominata semplicemente «Valli», spiccò il volo grazie a maestri come Alfred Hitchcock, che la scelse per il ruolo di Maddalena nel Caso Paradine insieme a Gregory Peck, e a Carol Reed, che la consacrò nel Terzo Uomo, vincitore del Gran Prix a Cannes, insieme a Orson Welles e Joseph Cotten. I critici parlarono di una bellezza statuaria e «sfingesca» come la Garbo e lei cercò di prendere tutto quello che potè senza, però, mai rinunciare alla vita privata e all’amore dei figli Carlo e Larry.

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Fu soprattutto per loro che, nel 1954, decise di stracciare il contratto con Selznick, pagare una penale salatissima (150mila dollari) e tornare in Italia: di essere «una schiava pagata», una marionetta alla quale non era consentito avere un secondo figlio senza l’esplicito consenso della casa di produzione, a lei non interessava e, col senno di poi, fu tanto di guadagnato per il cinema europeo che, infatti, la elesse nuova icona nostrana grazie a film meravigliosi come Senso di Luchino Visconti («Il film che ho amato e odiato di più») e Il grido di Michelangelo Antonioni. Insieme al successo inaspettato in Messico – dove conobbe Gabriel Garcia Marquez – e in Francia, Valli scoprì anche il teatro e cominciò a misurarsi con ruoli complessi che dimostrarono quanto l’immagine della diva inarrivabile, capricciosa e troppo presa da sé stessa, non le fosse mai appartenuta. Girò con Pasolini (Edipo re) e con Bertolucci (La strategia del ragno, «uno dei film che più ho amato della mia carriera»), interpretò un piccolo cameo in Un’orchidea rosso sangue di Chéreau e la mitica miss Tanner nel Suspiria di Dario Argento (ruolo che, 41 anni dopo, sarebbe andato ad Angela Winkler). In Berlinguer ti voglio bene, il film che segnò l’esordio di Roberto Benigni sul grande schermo, decise addirittura di mettersi in gioco grazie una parte che l’amica Valentina Cortese rifiutò senza remore e che valse al film la censura, ma questo la dice lunga sulla voglia di Valli di smitizzare sé stessa, sparigliare le carte senza abituarsi mai davvero al successo. Quando, nel 1997, ritirò il Leone alla Carriera alla Mostra del Cinema di Venezia, la frenesia dei fotografi fu così grande che Valli svenne: troppo timida per ricevere quelle attenzioni, troppo fragile per accettare quello che, in cuor suo, ancora non aveva metabolizzato. Il 31 maggio del 2021 saranno 100 anni dalla sua nascita e noi non possiamo non pensare a quanto coraggio e quanta forza abbia regalato all’arte, spesso sfilando in secondo piano rispetto a colleghe che avrebbero accettato qualunque cosa tranne la «retrocessione» a parti minori che, a dire il vero, sono state la vera fortuna della carriera di Alida Valli.

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