domenica, Giugno 13, 2021
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Servono standard più elevati per l’aria che respiriamo

Ingerireste acqua o cibo sapendo che sono stati contaminati con un patogeno potenzialmente letale? Come mai, allora, accettiamo di respirare l’aria di luoghi chiusi in cui potrebbero circolare il coronavirus della covid, il virus dell’influenza o altri agenti infettivi – e magari tutti assieme?
 
Oggi l’umanità trascorre la maggior parte del proprio tempo al chiuso, eppure non esistono rigidi standard di controllo dell’aria simili a quelli storicamente conquistati per l’acqua che beviamo o il cibo che consumiamo. Tutto questo deve cambiare, per ridurre la trasmissione dei virus conosciuti e prevenire le prossime pandemie: è l’appello che 40 scienziati di 14 diversi Paesi affidano a uno studio pubblicato su Science.

Un buco da colmare. Negli ultimi due secoli sono stati compiuti investimenti e interventi legislativi per migliorare la sicurezza alimentare, la qualità dell’acqua e dei servizi igienici, con lo scopo di tutelare la salute pubblica. È grazie a questi provvedimenti che alcune malattie sono del tutto scomparse dai Paesi industrializzati. Tuttavia non si può dire altrettanto per la qualità dell’aria negli spazi chiusi: anche se ormai è evidente che molte malattie, dalla covid all’influenza, al morbillo, si trasmettono per via aerea, si tende a considerare questa eventualità come “un rischio inevitabile”.

I mezzi e le conoscenze non ci mancano, e la spesa per adeguare gli edifici sarebbe minima rispetto ai danni economici non solo della pandemia ma anche, per restare su situazioni meno catastrofiche, dei giorni di lavoro persi a causa, per esempio, dell’influenza stagionale. Perché allora non si interviene?

Un cambio di passo. Secondo il team internazionale guidato da Lidia Morawska, che dirige il Laboratorio internazionale per la qualità dell’aria e per la salute della Queensland University of Technology (Australia), contro i patogeni a trasmissione aerea serve un cambio di paradigma simile a quello che, nel 1800, portò alla riorganizzazione delle reti idriche e dei sistemi sanitari nelle grandi città. Dobbiamo puntare a standard di ventilazione internazionale che possano limitare la diffusione dei patogeni, mentre «oggi, la maggior parte di queste regole – al di fuori delle strutture specializzate in cure sanitarie o ricerca – controllano soltanto la diffusione degli odori, i livelli di CO2, temperatura e umidità», spiega Morawska.

L’aspetto ingegneristico. Gli edifici del futuro dovrebbero essere progettati avendo in mente la possibile diffusione di nuovi virus respiratori e la prevenzione delle infezioni note. I sistemi di ventilazione di nuova generazione dovrebbero essere controllabili on-demand, in base all’affollamento dei locali, al tipo di attività che vi si svolge e al suo ritmo respiratorio (una palestra ha esigenze diverse rispetto a un teatro). Dovrebbero farlo inoltre in un modo efficiente dal punto di vista energetico, per limitare l’impatto ambientale, e prevedere monitor o altri sistemi per informare gli occupanti del locale sulle condizioni dell’aria della stanza che si apprestano a condividere con altri.

Il diritto di respirare aria “SANA”. Non si tratta di paragonare i nuovi spazi pubblici a laboratori di biosicurezza, ma di fornire le condizioni per standard dell’aria accettabili e a basso rischio, in un futuro che vogliamo immaginare senza mascherine. Poiché l’aria negli spazi pubblici è condivisa, si tratta di iniziare a considerarla come un bene pubblico e di tutelarla come tale. Magari cominciando con l’approvazione di standard per la qualità dell’aria al chiuso da adottare obbligatoriamente in tutti i Paesi, un po’ come avviene – o dovrebbe avvenire – con le linee guida per la qualità dell’aria esterna, riferite all’inquinamento atmosferico.

Errori di valutazione. Secondo gli scienziati, la superficialità con cui inizialmente è stato trattato il rischio di trasmissione aerea della covid è figlia di un pregiudizio storico. A metà del 1850 si credeva che il colera si diffondesse attraverso i miasmi (cioè gli odori mefitici della Londra vittoriana), prima che il medico inglese John Snow si convincesse, mappando i quartieri in cui il colera era più diffuso, che la ragione fosse l’acqua contaminata. Nel 1847 il medico ungherese Ignaz Semmelweis scoprì che disinfettandosi le mani con cloro prima di aiutare le donne a partorire si riducevano enormemente le infezioni postpartum e la mortalità materna. Iniziò così, gradualmente, a diffondersi la convinzione che acqua e mani (e non l’aria, né tantomeno gli odori!) fossero vettori delle malattie.

Progressi con riserva. All’inizio del ‘900, l’esperto di salute pubblica statunitense Charles Chapin, asserì che la maggior parte delle malattie respiratorie veniva trasmessa e contratta o attraverso la stretta vicinanza di droplets respiratori infetti, cioè le goccioline più spesse e pesanti esalate per esempio con gli starnuti, o mediante il contatto con superfici su cui i droplets velocemente ricadevano.
 
Escludeva così la possibilità di una trasmissione per via aerea dovuta ad aerosol, le goccioline più sottili emesse quando si parla o respira, che rimangono nell’aria a lungo. Chapin temeva che la trasmissione aerea sarebbe stata associata alla teoria dei miasmi così faticosamente superata, e riteneva che ammettere questa possibilità avrebbe diffuso panico immotivato tra le persone o scoraggiato dal lavarsi le mani.
 
In parte, paghiamo ancora per i suoi timori.

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