domenica, Giugno 13, 2021
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La Memoria e l’eredità di Simone Veil per un’Europa più forte

La forza della mamma e delle due sorelle è nello stare insieme, nel riuscire a non farsi separare mai. Resistono alla fatica massacrante di lavori senza senso, alla fame, alle botte, alla privazione del sonno, al non sentirsi più essere umani. Fino a quando non vengono trasferite a Bobrek, un campo più piccolo vicino a Birkenau, dove le condizioni di “vita” erano meno brutali. Le aveva aiutate Stenia, una kapò polacca spietata con tutti (dopo la liberazione viene impiccata), ma misteriosamente non con Simone: «Sei troppo carina per morire qui». È da lì che nel gennaio del ’45 affrontano la marcia della morte: 70 chilometri sotto la neve, fino a Gleiwitz. Gli ultimi mesi prima del rimpatrio, nel maggio del ’45, sono una lotta quotidiana per la sopravvivenza, sfinite dal freddo, scheletriche, minate dalle infezioni.

«I primi giorni dopo il ritorno sono difficili da descrivere. Avevo perso l’abitudine di dormire in un letto, di mangiare a tavola. Faticavo a ricostruire i ricordi, a esprimermi (…) La cosa più difficile era forse il modo in cui gli altri ci guardavano. Sbattevamo anche contro una totale indifferenza». Al tempo stesso l’urgenza di vivere è invincibile e le fa riconoscere subito in Antoine Veil, suo compagno all’Università, la persona con cui ricominciare. Si sposano nel ’46, a 19 anni lei, 20 lui, e nel ’47 nasce Jean, dopo un anno Nicolas. Il coraggio di Simone e la sua capacità di superarsi si vedono nel 1950, quando il marito ha un’offerta di lavoro in Germania, allora occupata dagli Alleati. Si trasferiscono a Wiesbaden, nonostante l’effetto che anche solo il suono della lingua tedesca avrebbe potuto farle a sei anni dall’inferno. Il rientro in Francia, nel ’54, segna la volontà di lavorare: una volta vinto il concorso in Magistratura entra nell’Amministrazione penitenziaria, un universo decisamente maschile. Dove si dedica, tra l’altro, alle condizioni delle detenute, isolate e dimenticate, e ai carcerati algerini che salva dalla condanna a morte (un’azione per la quale anche il presidente Abdelaziz Bouteflika le renderà omaggio).

Il passo verso l’impegno politico è quasi naturale. Simone Veil dimostra la sua tempra e il suo carattere quando, nella discussione sulla legge per la legalizzazione dell’aborto, viene insultata perché ebrea, sommersa da lettere con croci uncinate e ingiurie. «Naturalmente ho subìto attacchi violenti dal Fronte nazionale, allora marginale e più apertamente antisemita di oggi. Quegli attacchi mi hanno lasciata indifferente. Erano prevedibili».

Chiudono il libro i dialoghi con la sorella Denise, gli amici Marceline Loridan-Ivens e Paul Schaffer conosciuti nella deportazione, tra rievocazioni e confronti anche di natura più strettamente politica sul ruolo degli Alleati o della Croce Rossa rispetto a quanto accadeva nei campi. Ne emergono l’equilibrio e l’intelligenza di una donna che nel 2010 è risultata, in un sondaggio, la più amata dai francesi. Dal 2018, con il marito Antoine, riposa al Pantheon, accanto a Jean Moulin, André Malraux, René Cassin e Jean Monnet.

Particolarmente efficaci le parole di Altiero Spinelli in una pagina del diario del 24 ottobre 1979: «…osservo la Presidente. È una donna tesa, incapace di un gesto di buon umore o di ironia. Non sa quasi sorridere. Questo atteggiamento assertivo ma in fondo consapevole di aver impegnato tutta sé stessa e perciò impegnata a non distrarsi in alcun modo, questo atteggiamento l’ho incontrato in alcuni uomini politici, ma più spesso in molte donne politiche. (…) Credo che ciò sia dovuto al senso che una donna così impegnata ha di essere ancora su un terreno di fatto ancora ostile. Sente ghignare intorno a sé i maschi pronti a beffarsi di lei se non è in qualche momento all’altezza della situazione. E mi piace questa volontà concentrata di coraggio».

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