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«Ma per i giudici dai 14 anni in poi ero consenziente»

Da quando aveva tredici anni, e fino a diciassette, Giada Vitale è stata vittima di violenza da parte dell’ex parroco della chiesa di Portocannone, provincia di Campobasso, don Marino Genova, che allora, nel 2009, aveva 55 anni. Il sacerdote è stato condannato in via definitiva a 4 anni e 10 mesi di reclusione. Ma solo per gli abusi commessi prima che Giada compisse 14 anni. Perché, secondo i giudici, quello che è successo dopo è stata una relazione «consenziente». Il procedimento che riguarda i fatti accaduti dopo il 14° compleanno della ragazza è stato archiviato, e la Procura di Larino ha rigettato la richiesta della riapertura delle indagini.

Ma Giada non ha alcuna intenzione di arrendersi. Sul suo caso, lo scorso anno, Stefania Ascari del Movimento 5 Stelle e la collega Rosa Alba Testamento hanno presentato un’interrogazione parlamentare, e ieri Giada ha partecipato a una conferenza alla Camera per lasciare la sua testimonianza e per chiedere giustizia. «È una vittima che di fatto viene trasformata in complice dalla giustizia italiana», come ha affermato Ascari.

Giada Vitale, qual è l’aspetto più doloroso di tutta questa vicenda?
«Il comportamento che hanno assunto i magistrati del tribunale. È per questo che ero in Parlamento, per contestare l’archiviazione dei fatti dai miei 14 anni in poi. Un mese e mezzo fa è stata depositata una terza istanza di riapertura, ma ci siamo scontrati con una chiusura totale da parte dei magistrati. Lo ritengo disgustoso, vergognoso, anche perché il mio caso è l’unico in Italia ad avere subito un trattamento simile. Non sono mai stata sottoposta a perizia o incidente probatorio, come si fa di solito. Al tribunale di Larino non sono stata ascoltata: nessuno ha voluto approfondire i fatti, e anzi, mi hanno chiuso le porte in faccia».

Perché, secondo lei, questa indulgenza eccessiva nei confronti del sacerdote?
«Mi viene da pensare che tutto sia stato stabilito fin dall’inizio, prima ancora di esaminare i fatti. Forse ci sono interessi particolari fra chi era incaricato di decidere e il parroco».

Lei ha ancora fiducia nella giustizia?
«Nei tribunali c’è scritto che la legge è uguale per tutti, e spero che valga anche per me. Intanto, io non mi fermo, e continuo a crederci».

Perché alcuni dei suoi compaesani sono dalla parte di don Marino?
«Nel mio paese regna il bigottismo: la gente ha preferito proteggere il parroco piuttosto che accogliere me. Alcuni parrocchiani si sono anche presi la briga di scrivere una lettera al Papa e al Vescovo. Mi chiedo anch’io il perché di tanto odio nei miei confronti, e non me lo so ancora spiegare: don Marino ha confessato. Anche adesso, che sono passati diversi anni, ricevo ancora offese, insulti e minacce».

Dopo anni, ha trovato il coraggio di confidarsi con una parrocchiana, che l’ha incoraggiata a denunciare. Perché non l’ha fatto prima?
«Perché ero mentalmente bloccata. Stavo male ma non riuscivo a capire il perché, avevo mal di stomaco, piangevo sempre. E, in un certo senso, mi sentivo anche in colpa».

Don Marino le ha mai chiesto scusa?
«No, e non si è nemmeno pentito: se lo avesse fatto, non avrebbe depositato il ricorso in Cassazione. Ha mostrato molta cattiveria».

Mentre don Marino abusava di lei, ha mai provato a parlarci?
«No: mi sentivo bloccata, anestetizzata. Era sconvolgente».

Quanto le costa, oggi, continuare a combattere questa battaglia legale?
«Molto, ma ci riesco affrontandola come fosse la storia di qualcun altro. Andrò avanti finché non otterrò verità, giustizia e chiarezza».

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