domenica, Giugno 13, 2021
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La filosofia di una giramondo

Si è abolito l’amore

Si è abolito l’amore
in nome della salute
poi si abolirà la salute.

Si è abolita la libertà
in nome della medicina
poi si abolirà la medicina.

Si è abolito Dio
in nome della ragione
poi si abolirà la ragione.

Si è abolito l’uomo
in nome della vita
poi si abolirà la vita.

Si è abolita la verità
in nome dell’informazione
ma non si abolirà l’informazione.

Si è abolita la costituzione
in nome dell’emergenza
ma non si abolirà l’emergenza.

«Faccio mia la poesia di Giorgio Agamben dello scorso novembre. L’attuale crisi sanitaria e planetaria sta trasformando l’Homo cogitans e l’Homo œconomicus in Homo pandemicus, combattuto fra rischio di contagio e confinamento, paura del sintomo e della probabile asintomaticità, frustrazione e desiderio di recupero di un’utopica libertà, angoscia da fine del liberismo ma anche da rischio di autoritarismo. Di questo dobbiamo ragionare». Mariella Pandolfi non fa sconti, come sua abitudine, nei pensieri e nell’analisi più recente, a un passo dall’essere pubblicata sotto forma di libro, dal titolo Imposture.

Una donna straordinaria, metà scugnizza e metà professore emerito, occhi birichini e sorriso da ragazza, abitata da un’intelligenza luminosa e profonda, capace di collegare infinite informazioni e conoscenze. La cosiddetta interdisciplinarietà delle materie, oggi ridefinita come «contaminazioni disciplinari», virtù dispersa nel mondo sempre più stretto tra le spire dell’iperspecializzazione.
Mariella Pandolfi è questo mix raro di fame di cultura e coscienza di ribellione praticamente da sempre. A certificare lo status di persona speciale, la data di nascita: 24 gennaio 1944, giorno dell’ultima eruzione del Vesuvio. «Mia madre raccontava che il medico era arrivato a casa nostra con l’ombrello bucherellato dai lapilli».

Figlia di una nobildonna napoletana – Barra Caracciolo di Basciano – e di padre toscano imparentato con Giacomo Puccini (la nonna è tra gli invitati della prima mondiale della Tosca al teatro dell’Opera di Roma nel 1900), impiega pochissimo a scegliere per sé una vita diversa. «Mia madre mi costrinse a frequentare per intero la scuola del Sacro Cuore. Ma per fortuna mio nonno paterno mi aveva instillato il senso del viaggio, dell’indipendenza. Mi aveva portato bambina a Roma e avevo deciso che avrei vissuto lì, vicino a Campo dei Fiori. Quando morì, mi lasciò i soldi per comprare la casa di via Giulia che ancora possiedo, mentre mio padre mi portò undicenne a vedere la Callas alla Scala. Quella Traviata mi ha costretto a una vita da melomane irrimediabile…».

A diciott’anni Pandolfi si iscrive alla Facoltà di Filosofia e affitta uno studio con due coetanei, che diventeranno un fotografo famoso (Mimmo Jodice) e un super architetto (Cesare De Seta). Studia e insegna italiano agli operai di Alfa Sud e Italsider. Studia senza requie, segnata da un padre che al primo trenta le mostra il suo libretto universitario infarcito di lodi. «Mi volevano sposata e nullafacente, mentre io sognavo il dottorato a Harvard. Chiamarono perfino un neurologo, pensando fossi malata, che storia era pensare ai libri invece che a un possibile marito? Gli dissi: dottore ha bisogno che l’aggiorni sulla mia attività sessuale della settimana? Se ne andò rassicurando la famiglia, stavo benissimo, semplicemente volevo studiare e viaggiare».

Così, una volta laureata, va a vivere da sola, vende i gioielli di famiglia e parte per andare a vivere la Primavera di Praga. «Ci restai per diverse settimane, sedotta dal fermento che la città viveva. Avevo pure un giovane innamorato. Lascia Praga a malincuore, perché avevo promesso ai miei di tornare». È il 1968. Appena tre giorni dopo la sua partenza, i carri armati russi stroncheranno la Primavera praghese.
L’anno dopo si iscrive alla Facoltà di Psicologia all’Universitò di Roma. Dopo il training di psicanalisi va a Parigi, dove lavora al nascente progetto di psichiatria transculturale con Tobie Nathan. Il dottorato in antropologia invece si compie sotto la direzione di un altro mostro sacro dell’intellighenzia francese, Marc Augè. «Anni magici, Parigi era il Rinascimento». Nel frattempo si innamora di un amore folle. «Da buona sessantottina non potevo che innamorarmi di un giovane con una vita già codificata. Una convivenza complicatissima nell’Italia senza divorzio. Alla fine ci sposammo. A distanza di tanti anni (e a matrimonio finito da tempo) oggi so che la mia ribellione non era sessantottina o generazionale, ma voglia di affermare la mia identità lontano dal tracciato femminile preordinato».
La seconda laurea e i dottorati internazionali ne fanno la candidata ideale alla carriera universitaria. La invitano come visiting professor per un semestre a Montreal. Permesso negato. «Il mio referente dice che devo aspettare, che devo imparare a obbedire. A obbedire! Non sopportava la mia libertà… Alla fine, il collegio dei docenti mi dà l’autorizzazione, ma quei sei mesi li pago a caro prezzo, perché nella mia sede universitaria naturale divento un fantasma, il mio naturale percorso accademico rimandato a data da destinarsi. Non potevo più restare. Ho cercato le Università del mondo dove potevo dare seguito ai miei studi. Tra Houston, Chicago e Montreal, ho scelto il Canada francofono, un mix di rigore e rispetto delle regole di stampo anglosassone unito alla dolcezza europea. Mi guardo indietro e ritrovo la fatica enorme di aver scelto di essere una donna autonoma nell’Italia dei miei anni, il comandamento dell’obbedienza che passava dal ricatto sessuale, a cominciare dal tentato stupro quando ancora studiavo da parte di un docente. In Canada esiste il rispetto della persona a prescindere dal genere e dall’orientamento sessuale, ovvero non dover rinunciare né alla femminilità né alla libertà per fare il proprio lavoro nel modo migliore possibile».

A Montreal, mente libera e contaminazioni disciplinari sono considerate risorse preziose. Subito nominata ordinaria, Pandolfi comincia le sue ricerche di antropologa, filosofa e psicanalista. Negli anni ’90, le tematiche che le sono care – il corpo politico, il rapporto tra persona, violenza e conflitti, il nomadismo dei profughi – sono pratica quotidiana nei Balcani in guerra, tra Sarajevo, Albania e Kosovo, ma anche in Afghanistan e in Costa d’Avorio. “Si chiama antropologia dell’umanitario. Significa capire la sostanza e le conseguenze dei contratti Onu, la schizofrenia di chi con una mano bombarda e con l’altra dà assistenza umanitaria, chi salva i corpi e nega i diritti. Ho fatto questo per trent’anni, in assoluta libertà, supportata e premiata per il mio lavoro. Due anni fa, affetta dalla sindrome di Greta Garbo, ho deciso di lasciare un minuto prima di chiudere. Sono stata nominata professore emerito, ho creato una borsa di studio di 10.000 dollari per gli allievi più meritevoli e organizzato un seminario su musica e politica.

Il Covid e la scomparsa della madre l’hanno riportata a Napoli, dov’è allegramente contesa tra i personaggi più colti della città, dal direttore del teatro San Carlo a quello di Capodimonte, egualmente affascinati dalla sua mente vivacissima e critica. «La mia identità napoletana è una passione grande, ma senza la riforma fondamentale del bene comune e la capacità di guardare fuori siamo fregati. Non solo Napoli, ma l’Italia tutta è in una crisi profonda. Bloccata nella progettualità, strangolata da una burocrazia e da un’evasione fiscale devastanti. Una nazione in cui la meritocrazia è una parola vuota perfino nella somministrazione dei vaccini: quando ho raccontato ai miei amici canadesi della famosa categoria “altri” che ha sopraffatto fragili e anziani non ci potevano credere… A macchia di leopardo esistono delle eccezionalità incredibili, ma non fanno sistema Paese».
E l’homo pandemicus?
«Il virus esiste, non credo ai complotti. Ma a un passo da noi, milioni di persone sono state ammazzate nel cuore dell’Europa sotto i nostri occhi distratti e adesso vogliono convincerci che la pandemia è peggiore della guerra… Penso che sia metà insipienza e metà tentativo. Un esperimento, un laboratorio post-democratico, vediamo cosa succede a togliere la libertà un po’ per volta. Siamo passati dal liberalismo al liberismo, dal Puoi fare tutto quello che vuoi al Per arrivare bisogna pur rinunciare a qualcosa, diritti in primis. C’è una crisi globale della democrazia, e il modello di successo vincente è quello della Cina, dove il controllo interno è spietato. Per questo bisogna tenere gli occhi ben aperti e non dismettere la pratica del pensiero critico».

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