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Avocado, quello africano è sostenibile

L’avocado, ormai dovremmo saperlo, danneggia l’ambiente e l’economia delle aree in cui è coltivato: in America centrale e meridionale soprattutto. Ma in Africa, per una serie di motivi, la questione potrebbe essere diversa: si affaccia allora sul mercato mondiale l’avocado africano sostenibile, come racconta un’inchiesta del sito DW, e si parla già di nuovo petrolio, o oro verde.

A causa dell’elevata domanda globale, l’avocado è diventato un prodotto di esportazione redditizio. Il suo consumo pro capite è aumentato del 406% tra il 1990 e il 2017. Ma nei paesi dove è tradizionalmente coltivato, l’avocado è accusato di monopolizzare le risorse idriche (secondo il Water Footprint Network, occorrono 2.000 litri di acqua, cioè 10 vasche da bagno piene, per coltivare un solo chilo di avocado) a svantaggio di tutti, umani compresi; oltre che di essere pericoloso per la biodiversità. Ciononostante, anche in Africa le coltivazioni sono in crescita: la Nigeria e l’Uganda mirano ad aumentare la loro produzione di avocado e diventare i principali esportatori nel prossimo decennio, mentre il Kenya è già tra i primi 10. Gli agricoltori dell’Africa orientale sono contenti, per loro l’avocado è un nuovo strumento di lotta alla povertà. Ma quali sono le particolarità africane?

Come si legge nel reportage, “l’avocado è una manna dal cielo perché gli agricoltori possono usarlo come alternativa alla coltivazione del caffè“, dice uno scienziato agroforestale presso il World Agroforestry Center di Nairobi. Negli ultimi anni, l’agguerrita concorrenza tra i grandi rivenditori ha fatto abbassare i prezzi del caffè. Nel 2019, i guadagni dei coltivatori di caffè sono scesi al livello più basso degli ultimi 13 anni.

E per quanto riguarda la sostenibilità ambientale, il clima dell’Africa subsahariana, o meglio delle specifiche zone un cui è coltivato l’avocado, come quella a nord di Nairobi, è caratterizzato da frequenti precipitazioni che dovrebbero escludere l’irrigazione. Inoltre i governi stanno puntando sulle piccole produzioni, che vuol dire meno pesticidi, e integrazione e rotazione delle colture con piante di sussistenza come mais e fagioli, con benefici anche per il suolo.

[Fonte: DW]

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