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Ha ancora senso parlare di bellezza?

Questo articolo è pubblicato sul numero 18 di Vanity Fair in edicola fino all’11 maggio 2021

Non è mai esistita una rappresentazione classica e unitaria della bellezza, nonostante gli occhi moderni ci portino a pensare il contrario. Come ha scritto Umberto Eco in Storia della bellezza, infatti, in ogni epoca – e perfino nello stesso paese – hanno sempre convissuto diversi ideali estetici e sensibilità. Che ci sia stato in passato un consenso generale sulla bellezza è, quindi, una nostra proiezione, un grande falso storico.

Ci sono state, però, delle ricorrenze, per esempio la convinzione che la bellezza fosse legata a proporzione e misura, e questo spiega anche il tentativo dei filosofi pre-socratici di trovare nel caos del mondo un principio in grado di dimostrare tutte le cose, di fare ordine.

La domanda «cos’è il bello?» nasceva proprio dal bisogno di capire se esistesse una bellezza oggettiva e se fosse possibile tradurla in parole e in criteri precisi. Dato che la storia del pensiero, dell’arte e della letteratura è stata scritta e diretta interamente da maschi, la riflessione della bellezza è diventata però progressivamente un discorso sul corpo femminile, sulle misure che doveva avere per rispondere a un ideale e per tenersi ben distante da quelle caratteristiche che l’avrebbero reso brutto o, peggio, mostruoso.

Lo sguardo
Nel XII secolo, il teologo Hugues de Fouilloy scriveva addirittura come dovevano essere i seni femminili: “belli sono infatti i seni che sporgono di poco e sono modicamente tumidi, trattenuti, ma non compressi, legati dolcemente senza che ondeggino in libertà”.

I testi medievali, la poesia dei trovatori provenzali tra XII e XIII secolo e quella degli stilnovisti hanno celebrato l’immagine della donna come “oggetto” irraggiungibile e disincarnato, annoverando sempre tra le sue virtù principali la mansuetudine. La donna doveva essere angelicata, eterea, misurata, non eccedere mai. Il corpo femminile è diventato progressivamente oggetto del discorso, e non soggetto. La donna era qualcosa di cui si poteva parlare, non una persona con cui si poteva entrare in relazione, capace di descrivere e raccontare se stessa.

Quello che è arrivato fino a noi, quindi, è stato quasi esclusivamente uno sguardo maschile sulla bellezza, che aveva la carica di un canone a cui uniformarsi, secondo l’idea che il giudizio estetico si basasse su un senso interno comune a tutti gli uomini di buon gusto.

Il mito della bellezza
Questo modo di guardare e rappresentare la bellezza è diventato, nel corso del tempo, sempre più definito, fino a esplodere nella prima metà dell’Ottocento, nel corso di un cambiamento totale di una società che stava assistendo a continue scoperte tecnologiche, alla nascita della grande distribuzione e all’affermazione della borghesia. In questo periodo la classe media iniziò a rappresentare i propri valori anche attraverso il gusto estetico, i costumi morali, i canoni architettonici, l’abbigliamento, il galateo, l’arredamento, inventando un codice rigido e preciso in base al quale giudicare il bello e il brutto, mettendo in relazione la bellezza con la praticità e l’utilità e diffondendo un unico modello possibile.

È quello che Naomi Wolf ha chiamato “mito della bellezza”, che attribuisce valore e dignità solo a ciò che risponde a certi standard. A metà del secolo, infatti, iniziarono per la prima volta ad apparire su riviste e pubblicità immagini di “belle” donne e di corpi “giusti”, a rappresentare l’aspetto che una persona “civile” avrebbe dovuto avere. Fu l’avvio di una pressione sociale inedita fino a quel momento, perché essere belle stava diventando un dovere, soprattutto per le donne borghesi, e bisognava fare di tutto per dimostrare di esserlo. Ne andava del proprio valore come persone.

Il modo contemporaneo che abbiamo di pensare alla bellezza, dunque, viene da qui, dalla creazione di un vero e proprio impegno sociale: non dobbiamo invecchiare, non dobbiamo ingrassare, dobbiamo nascondere le parti di noi che non rispettano gli standard. L’idea comune di bellezza deriva, quindi, da un “mito” che influenza le vite e i corpi di ciascuno di noi, ponendoci sotto il peso di un giudizio, di una vergogna e di un’ansia costanti verso il nostro aspetto fisico.

Negli ultimi anni stiamo diventando sempre più consapevoli delle insidie di questo modello, che ci spinge a una corsa frenetica a conformarci a un ideale che spesso non ha niente a che fare con noi, con la nostra autenticità e con i nostri desideri. È sempre più chiaro che la bellezza – così come ci è stata raccontata – sia niente più di un’ossessione che ci rende infelici e che ci distrae dai veri obiettivi della nostra vita.

Ma allora ha ancora senso parlare di bellezza?

Il senso della bellezza
Non possiamo non riconoscere che la rappresentazione della bellezza stia cambiando e si stia affrancando dal “mito” raccontato da Naomi Wolf e dall’idea di giusto e sbagliato, cedendo il passo a una molteplicità di sguardi e rappresentazioni: lo vediamo sempre di più nelle serie TV, sulle riviste, in tutti quei canali che fino a poco tempo fa erano interamente occupati da immagini e corpi conformi. Il cambiamento potrà sembrare lento, ma è costante e diffuso.

Riconoscere e smantellare il mito della bellezza, però, significa abbandonare anche l’idea stessa di bellezza? Talvolta qualcuno propone di evitare persino di usare il termine, perché ancora troppo legato a stereotipi e giudizi. Io credo, al contrario, che mai come oggi sia importante riflettere sulla bellezza e recuperare uno sguardo libero, cercando di distinguerla dal giudizio sui corpi, da criteri e misure da rispettare, dalla sensazione di avere addosso un sguardo censorio.

La riflessione filosofica sulla bellezza, in fondo, è sempre stata un tentativo di cogliere e spiegare una sensazione, di dire in parole l’intensità e le emozioni che una situazione, un oggetto, una persona ci trasmettono. Questa intensità non è quasi mai un valore assoluto, perché ciascuno di noi associa la bellezza a molte cose diverse, ma è qualcosa che ogni essere umano ha bisogno di raccontare e di esprimere a parole, perché è un’occasione di scoperta di sé e della propria identità.

L’estetica, infatti, è propriamente la scienza delle sensazioni, cioè ha a che fare con ciò che sentiamo attraverso i sensi. Non si tratta quindi di giudicare, ma di sentire. Domandarci cosa percepiamo come bello significa, in altre parole, cercare di capire chi siamo, cosa ci tocca, cosa ci emoziona. La bellezza ci colpisce, ci ricorda che stiamo al mondo e che il mondo può stupirci e meravigliarci, può lasciarci senza parole.

Iniziamo quindi a rivendicare questa parola, a dire ciò che ci appassiona, che ci provoca desiderio, che ci attrae, qualunque siano le sue caratteristiche, checché ne dica il mondo. Abbandoniamo l’idea che ci sia un solo canone, un solo modo.

Del resto, non è mai esistita un’idea unitaria della bellezza. Quello che, al contrario, c’è sempre stato è il desiderio dell’essere umano di riuscire a spiegare con le parole ciò che sente con i sensi e che attrae il suo sguardo.

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