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Ridi, bellezza!

Tre come noi – Mehdi MeskarTre come noi – Mehdi MeskarTre come noi – Mehdi MeskarTre come noi – Mehdi Meskar

Questo articolo è pubblicato sul numero 18/19 di Vanity Fair in edicola fino all’11 maggio 2021

«Lo sa, vero, che sarà un pollaio, adesso? Detto con amore, eh…»

Il primo dei molti luoghi comuni che demoliremo in questa intervista lo servono loro stesse, con una risata: la presenza contemporanea in un’unica stanza di più di due donne, chiamate a parlare di donne, genera un ingovernabile caos Pregiudizio che rimane verosimile per pochissimi istanti. Perché Katia Follesa, Caterina Guzzanti e Michela Giraud – le tre Grazie protettrici del sarcasmo, trionfatrici morali del fenomeno televisivo del momento, LOL – Chi ride è fuori – sui discorsi che si intrecciano spontaneamente nel loro raccontarsi si ritrovano, si supportano, si completano. Scoprendosi così sorprendentemente simili, così radicalmente diverse. Così belle.

A LOL vi siete piazzate bene. Se il programma fosse un esperimento sociologico, dovremmo dedurre che le donne fanno più ridere degli uomini? O, al contrario, che sono più serie di loro?
K. «Che sono più determinate. Eravamo, tutti, soli contro tutti, anche a discapito del gruppo. Ecco, le donne hanno come una scatola divisa per file, in testa. E noi abbiamo acceso quello che ci serviva per raggiungere l’obiettivo».
M. «Nella mia mente si è acceso solo il file del terrore, invece. La mia, di testa, era spaccata in tre. Fai ridere. Fai gruppo! Divertiti, ma non ridere!».
C. «Non ho mai sgomitato in vita mia, e non ho certo cominciato adesso a farlo. Però ammetto che per me non c’è nulla di più serio del gioco. Entro in una modalità di accanimento totale. Credo si sia visto…».

Mi sono presa in giro per 10 anni. Ma quando sono dimagrita mi hanno accusata di non far più ridere

Katia Follesa

Un po’ di battaglia dei sessi proprio non c’era?
Prima risposta all’unisono. No, no, no.
K. «Faccio questo mestiere da 20 anni, ho le ossa dure ormai. Me le sono fatte con Valeria Graci sul campo di Zelig: eravamo l’unica coppia di donne, attorniate da mille maschi. Ma maschi di quelli che lo vogliono avere sempre un po’ più grosso di tutti».
C. «Non ne faccio una questione di genere. Anche io ho lavorato per anni in tante trasmissioni strapiene di uomini, attori e autori. Ma non l’ho mai patito. Anche se sì, è vero che i maschi ci provano sempre a dire che sono loro i migliori. Anche nel far ridere. Se gli dai corda, possono vantarsi di qualunque cosa».
M. «Pure di avere la terza».
C. «Sì, di mutande».
M. «Il vero superamento della questione di genere sarebbe proprio non farne una questione di genere. Anche quando i cretini – uomini e donne, perché la stupidità è democratica – ci provano a fartela pesare, la mia risposta è: “Sì, va be’, mo levate che devo salire sul palco”. La determinazione, appunto: essere centrati su quello che si fa. E farlo bene».

Impegnata in queste settimane sul set di Nero a metà, con Claudio Amendola, Caterina Guzzanti (44) sarà anche nel cast della quarta stagione della serie cult Boris, che entrerà presto in lavorazione.

Se c’è un tratto comune della vostra comicità, forse è la volontà di prendersi gioco di certi stereotipi estetici, ma anche sociali – penso alle Miss, alle Barbie… insomma, all’universo delle belle&sceme – che hanno ingabbiato le donne fino a oggi.
C. «Ci accomuna, prima ancora, il fatto di occuparci di cose che conosciamo. E non è da tutti. Faccio Miss Italia dal 2001, e a LOL per la prima volta l’ho fatta in mutande. Mi sono detta: è un programma internazionale, una grande opportunità. Faccio un personaggio che mi diverte, uno in inglese e uno in mutande. L’ho preso un po’ come uno showreel».
K. «Però il tuo culo dava il cappotto a tante ventenni, diciamolo».

Esistono ancora quegli stereotipi? O, meglio: come sono cambiate le donne in questi ultimi anni?
C. «Il loro linguaggio, per esempio, è cambiato molto. Oggi si usa molto la parola “fregna”. Ammetto che mi fa molta impressione».
M. «Io la dico, ma non la scrivo, perché la parola scritta mi mette un po’ di ansia. Ma il linguaggio, oggi, è quello lì, e in un monologo ci sta. Perché devo dire figa? Sono di Roma. E patatina non lo sento molto mio…».
C. «Quando sul copione di Boris, nel 2007, mi sono ritrovata questo termine, mi è preso un colpo: nessuno lo usava, a parte i maschi con evidente accezione sessista.Definiva una donna non solo bella, ma pure bona e sexy. Voleva dire: “Ti scoperei”. Oggi, invece, è una parola sdoganata, che le donne usano addirittura più degli uomini. Le amiche, tra amiche, si danno della fregna».

La questione va ribaltata: è in grado il pubblico medio di stare ad ascoltare una donna, anche se bella, senza soffermarsi troppo sul fatto che sia bella?

Caterina Guzzanti

E che cosa significa farlo?
C. «Che tra donne, oggi, si può accettare il fatto che un’altra donna sia bella persino in quel modo lì, malizioso. Ora si ammette anche la seduttività altrui, anche quella che fa sbavare gli uomini».
M. «Gli uomini o le donne. Tutto è fluido».
C. «Sarebbe bello che potesse succedere anche tra maschi. Che due amici si potessero dire: “Quanto sei figo oggi”, senza lo spettro dell’omofobia. In questo le donne sono molto più avanti, diciamolo».

Altre evoluzioni, oltre al linguaggio? C’è maggior disponibilità alla presa in giro?
C. «Certo. Sono stati bombardati i modelli estetici imposti nel corso del famoso e recente ventennio durante il quale il canone principale era quello dell’appetibilità per un vecchio ricco. Il desiderio di accettazione totale, che parte dal corpo ma che va ben oltre, porta a una consapevolezza che ti consente di prenderti anche in giro, se ti va».
K. «Io ho fatto di necessità virtù. Dopo la gravidanza ho messo su dei chili che mi sono tolta di dosso solo di recente. Per 10 anni mi sono presa per il culo io, prima che lo facessero gli altri. E sai cosa ho notato? Che, sui social, le donne, quasi rassicurate, si sono avvicinate a me. Hanno detto: “Ma allora Katia è una di noi”. Ma non perché in sovrappeso, bensì perché se ne sbatte di non essere una figa alta tre metri. Il paradosso è che, quando sono dimagrita, mi hanno accusata di non fare più ridere».
M. «Ma sai che l’hanno chiesto pure a me: “Che ne pensi di Katia Follesa che è dimagrita?”. E che ne devo pensare, che so’ cazzi suoi!».
K. «Non ricevo molte critiche, ma su 4.000 commenti positivi, quello che mi saccagna – cavolo – mi fa male».

Al punto da non riuscire più a riderci sopra?
K. «Ormai elimino il commento e blocco l’utente. Alle critiche gratuite, a un certo punto, dico anche basta! Preferirei mi scrivessero in privato, magari motivando perché un mio personaggio non è piaciuto».
M. «Vuoi mettere quanto sia più facile dire: “Crepa cicciona”? In Italia c’è sempre la concezione che, se hai successo, in qualche modo devi pagarla. Uno ha scritto: “Che poi la Giraud è anche catfish, perché dal vivo non è che sia poi così bella”. E quindi? Gli ho risposto: “E invece quando esci tu, vanno chiuse le figlie in casa”. Apriti cielo: ma come, un commento così proprio da parte di una che fa le interviste sul body shaming…».
C. «Come ribatti, diventano buonissimi, gattini bagnati che fanno le fusa. Gli insulti arrivano per qualsiasi motivo, il corpo è solo uno dei tanti pretesti. Se sei alta, bassa, magra, grassa, se invecchi, se ti rifai. Non gli sta mai bene niente. Vero è che sull’accanimento nei confronti dell’aspetto fisico siamo molto indietro, anche se piccoli passi, forse anche grazie a noi, si stanno facendo. Bisogna continuamente rimettersi al centro della scena e ripetere: io sono così, vado bene così, sto bene così. E su… cercate di stare bene anche voi, dai!».
M. «Che poi va anche bene non stare bene. Se un giorno ti piaci e l’altro giorno no, che problema c’è?».

Tutti i giorni, dal lunedì al venerdì dalle 12 alle 14 su R101, Katia Follesa (45) conduce, con Alvin, un programma radiofonico che si chiama come loro.

Una comica strafiga sarebbe meno credibile?
M. «Ma noi siamo comiche strafighe».

Ancora più strafiga. Un’Irina Shayk può far ridere?
Per la seconda volta, l’accordo – quasi scandalizzato – è unanime. Certo che sì.
M. «Ora, io non la conosco, vorrei tanto dire che è amica mia, ma se un giorno Irina si sveglia e scrive un bel monologo, nel quale coglie uno iato nella sua vita tra quello che è e quello che vorrebbe essere, che è la base della comicità, ci potrebbe fare il culo a tutte. Ognuna di noi è libera di seguire la strada che vuole. Sono scelte. Ma anche quelle devono poter essere fluide, senza incasellamenti».
C. «Sarebbe un po’ come chiedersi: ma un meccanico bono può riuscire veramente ad aggiustarti la macchina? Il problema, in realtà, andrebbe ribaltato: è in grado, il pubblico medio, di stare ad ascoltare una donna, anche se bella, senza soffermarsi troppo sul fatto che sia bella? Io credo di sì, che ce la possa fare».
K. «Quando inizi a fare questo mestiere, non lo fai certo per esorcizzare le caratteristiche fisiche che non ti piacciono. Io non mi sono detta: “Aspetta, già che sono bassa faccio il personaggio di una bassa”. Ho scelto questo lavoro per assecondare un’esigenza molto più profonda, quella di farmi vedere dalla gente e di provare piacere nel farla ridere. E, poi, dipende tutto da quali siano i canoni di bellezza, da chi li stabilisca. Tocca sempre ai maschi il ruolo di depositari del concetto di “bella figa”? Paola Cortellesi, Virginia Raffaele, per dirne due: sono bellissime e molto affascinanti. E fanno ridere».

Autostima, io? C’è ancora tanta strada da fare. È una storia complicata, che un giorno verrà risolta

Michela Giraud

I canoni, infatti. Fino a oggi, quei parametri sono stati disegnati dagli uomini, dunque? E solo adesso le donne iniziano a ridefinirli?
C. «Li hanno disegnati gli uomini, ma anche le donne con occhi maschili. Però, adesso, finalmente la questione si sta un po’ sbrogliando. Tanto che io oggi posso dire a Michela: “Ma sai che se fossi un uomo vorrei venire a letto con te?”. O, forse, anche se sono una donna ci verrei a letto con te…».
M. «E io ci verrei con te, Caterina!».
K. «Io vi guardo».
C. «Ma la domanda qual era? Come apriamo bocca ce la dimentichiamo. Forse perché siamo troppo belle?».

Michela Giraud (33) torna dal 14 maggio alla conduzione di CCN – Comedy Central News, in onda su Comedy Central. Novità di questa sua seconda stagione sarà lo spin-off Il Salotto con Michela Giraud, in onda subito dopo CCN.

 

Più che una domanda, una riflessione sui nuovi confini, molto più elastici, di quella che è considerata la bellezza contemporanea.
M. «Il discorso è ampio. Bisognerebbe arrivare proprio a chiedersi che cosa sia la bellezza. In Gridalo Roberto Saviano dice che la bruttezza non esiste, e che la bellezza è una summa di cose diverse, che prescindono da un elemento standardizzato. Volendo, in questo momento storico, potremmo anche intravedere un qualche elemento di ipocrisia, è vero. Però mi piace pensare che il cambiamento sia reale. Che sia condiviso il fatto che bello, fondamentalmente, è ciò che ci piace».
K. «Dipende molto da quanto si è curiosi, da quanto si vuole imparare nella vita, da quanto si è disposti a scoprire le varie bellezze che ci stanno attorno. Perché la bellezza non è una: è saper vedere chi ha una bella testa, chi ha dei sentimenti, chi sa parlare, chi mi sa stupire citando una frase – che so – di un libro di Saviano. La bellezza è anche tutto questo. Ma riesce a concepirlo solo chi non si ferma al livello basico del “mi piace guardare le tettone perché sono belle”».
C. «L’attenzione. Ecco cosa è bello. Io trovo affascinanti le persone che prestano davvero attenzione agli altri, quelle con cui parli e che addirittura si ricordano quello che gli hai detto la volta prima. Che ti ascoltano. Le persone curiose, sì».

La comicità si è sempre nutrita di cinismo. Forse anche di cattiveria. Qualsiasi argomento può essere oggetto di analisi comica?
Perplessità ben ripartita. Sì, no, in che senso?
M. «La comicità intelligente non deride l’aspetto fisico, mai. Questo è certo. Deride l’ipocrisia. Io non prendo in giro una caratteristica fisica, prendo in giro un atteggiamento. Mi piace tirare giù quelli che si pompano per stare su. Il comico dovrebbe avere l’occhio che lo spettatore non riesce ad avere, portarlo a pensare: “Ah, caspita, lo volevo dire io!”».
C. «Vale quello che si insegna ai bambini. Non si ride di chi cade, se si è fatto male. Ma se lui ride, si ride con lui».
Stare in tv, rivedervi, confrontarvi con ciò che di voi appare sullo schermo. In qualche modo vi condizionano quelli che sono, ancora oggi, gli standard dell’immagine femminile televisiva?
K. «Io quegli standard non li vedo più; non mi sembra più che la bellona di turno rappresenti il prototipo della donna sul piccolo schermo. Io continuo a fare la tv restando solo e soltanto me stessa. E non me ne sono mai pentita. Come tutte le donne, ma in fondo come tutti quelli che fanno questo mestiere e che hanno un ego non indifferente, certo, anche io un pochettino voglio piacermi. E piacere».
C. «Finché in tv faccio le cose che mi scrivo da sola, sono liberissima di essere come cacchio mi pare. Ma quando mi capita di fare le fiction, lì sì che mi sento dire: “Mhmm no, la protagonista no. Puoi fare l’amica buffa e goffa della protagonista bona, che le dà coraggio perché è insicura, non è consapevole di essere bella e non sa di piacere al Raoul Bova del caso».

È frustrante?
C. «Be’, da attrice sì».
M. «A me, ai provini, davano sempre il ruolo della “tigrona simpatica”. Ma dove si colloca nel sistema delle caste indiane, appena sopra gli intoccabili? Io peso 76 chili e oscillo tra la 46 e la 48 di taglia. Secondo questo principio dovrei prendere fuoco in tv. Ma me ne frego di tutto, sono qui e vado oltre. Sono un panzer nel mettermi in gioco. Oggi, abbattere questi stereotipi è possibile, semplicemente prendendosi il diritto di dire le cose che uno sente di avere da dire».

Quando le rughe disegneranno il volto, quando la pelle inizierà a essere flaccida, quando i capelli andranno tinti tutte le settimane. Quando invecchierete, sarà ancora facile prendervi in giro?
K. «Quindi, per me, parliamo di adesso! Credo che quando succederà, la nostra comicità si adeguerà alla nostra età, e a quella del nostro pubblico. Che sarà cresciuto e avrà i nostri stessi problemi, dalla menopausa all’incontinenza».
M. «Avremmo fallito, se non ci riusciremo. Sarebbe meglio cambiare lavoro già da subito. Ma è una questione che vale anche per gli uomini: se un comico non è capace di analizzarsi anche nei propri cambiamenti, vuol dire che non è un comico».

Per una donna, ammettere di voler essere più bella è considerata una forma di debolezza?
K. «È una questione di coerenza: spulciando Instagram vedo grandi citazioni di Oscar Wilde appiccicate a dei culi messi lì in bell’evidenza. Non sarebbe molto più bello leggere: “Guardate che bel culo che ho, vi piace? L’ho appena comprato!”. Molte donne amano mettere in mostra il loro corpo, ma allo stesso tempo quasi se ne vergognano. Forse perché c’è sempre bisogno di dimostrare di essere anche intelligenti».
C. «Io tra poco avrò 45 anni, e da due o tre mi ammazzo di punturine di acido ialuronico e collagene qui, sotto il mento. E lo dichiaro: ho speso un sacco di soldi, mi ha fatto un male cane, ditemi almeno che si vede! Da quando ho partorito, il collo si è rilassato…».
M. «Ma che, hai partorito dalla trachea?».

Fare di tutto per essere più belli è umano. Possiamo finalmente dirlo?
K. «Più che di bellezza, parlerei di autostima. Quando hai figli preadolescenti, è un tema inevitabile. Voglio far capire a mia figlia che sono bella e che piaccio anche se sono cicciottella, se ho l’apparecchio o porto gli occhiali. Io la farei insegnare nelle scuole, l’autostima».
M. «Conosco persone che non rientrano nei canoni classici di bellezza, ma l’autistima ce l’hanno a palla di fuoco. Basterebbe pensare alla donna per cui il duca di Windsor lasciò l’Inghilterra. L’autostima te la costruisci col fascino e l’intelligenza, mica solo col fisico».

Voi a che punto della vita l’avete conquistata?
K. «Subito, quando sono nata. Quando ero piccola ero la nana col naso fino. Crescendo, il naso è diventato un bel dito medio alzato».
C. «Io ce l’ho a fasi alterne. A vent’anni ne avevo un sacco, perché ero fichissima, dentro di me. E quando sei così, emani una luce estrema che richiama l’attenzione degli altri, facendogli credere di avere davvero qualcosa di speciale. Va a folate, siamo umani».
M. «E a me non lo chiede dell’autostima?».

Come no.
M. «Io, autostima, no! Andiamo avanti! C’è ancora tanta strada. Arriverà, un giorno».
C. «Ma siamo sulla copertina di Vanity! Più di così, che vuoi?».

«La bruttezza è meglio della bellezza. Dura più a lungo, e, alla fine, la gravità ci prenderà tutti». Secondo voi chi l’ha detto?
M. «Malgioglio!».
K. «Samantha Cristoforetti?».
C. «Un uomo!».

Johnny Depp. Ci credereste?
K. «Se l’ha detto di recente, sì».

Avete mai invidiato la bellezza di donne che vi sembravano più belle di voi? Sarebbe un sentimento umano, in fondo…
M. «Nei momenti di fragilità estrema, sì. Provengo da un contesto borghese, andavo al liceo Mamiani, ma ero completamente al di fuori dai canoni che imperavano lì, seno piccolo e pancia piatta. Ne soffrivo, e capitava, in certi momenti, che perdessi la bussola. Mi è successo anche di recente, che tornasse fuori quel senso di inadeguatezza adolescenziale. Però poi, a un certo punto, è necessario rinsavire, e ricordarsi che non esistono standard. Che i nostri standard siamo sempre e comunque solo noi stessi».
C. «Ho invidiato molto, durante l’adolescenza, quelle ragazze simpaticissime che tenevano banco e che facevano ridere tutti i ragazzi. Io sono sempre stata muta e in un angolo. Cosa che un po’ ho continuato a praticare. Pensavo: che darei per essere come loro, che magari hanno gli occhi storti e gli occhiali. Poi sì, da sempre invidio quelle con l’atteggiamento del “sono carina ma talmente carina che mi posso mettere anche i capelli così tutti arruffati, storti, raccolti a cioppo che ti fanno sembrare un teletubbie ed essere carina”. Ho l’invidia del cioppo».
K. «Avevo un’altra urgenza, da ragazzina, io. Quella di stare bene. Ho avuto un’adolescenza bella ma tormentata: i miei hanno preferito lavorare, piuttosto che stare a casa. Invidiavo le famiglie felici da pubblicità, la loro serenità. Mi sentivo sola, cercavo l’amore intorno. Per quello ho fatto questo mestiere. E poi l’amore è arrivato, quello del pubblico… Ma scusate, una cosa importante: per le foto, ci dobbiamo depilare?».
C. «Come, non basta un colpo di rasoio fino al ginocchio?».

Foto di Nima Benati, servizio di Simone Guidarelli.

Nella foto di gruppo, abiti: per Katia, in chiffon drappeggiato, Luisa Beccaria; per Michela, in organza, Alberto Zambelli; per Caterina, in chiffon tie-dye, Alberta Ferretti. Foto di Caterina Guzzanti: abito in mussola e anello, Dior. Collana, rosantica. Foto di Katia Follesa: vestaglia Saint Laurent, Vintage Delirium Franco Jacassi. Foto di Michela Giraud: caftano in chiffon, bracciali e sandali, Dolce & Gabbana. Collier in oro, diamanti e perle, Dolce & Gabbana Fine Jwl.

Hanno collaborato Davide Spinella e Camilla Fioravanti. Make-up Nicoletta Pinna, assistente Charlotte Hardy; hair Chiara Bonacina, assistente Lucia Cirino; manicure Noemi Zanchini; tutte @Simone Belli Agency. Sarta Gisa Rinaldi. Set designer Chiara Guadagnini. Assistente Tommaso Rigo. Producer on set For Production.

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