martedì, Giugno 22, 2021
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Bufale no-vax: vaccini e feti abortiti

La bugia, sollevata a più riprese da no-vax & Co., sostiene che molti vaccini sono prodotti usando feti abortiti. Come se già questo non fosse incredibile, c’è di più: tali feti sarebbero ottenuti dalle case farmaceutiche in cambio di un compenso, sarebbero dunque acquistati.
 
Questa vecchia e macabra storia è stata riciclata per i vaccini anti covid, in particolare per il vaccino di AstraZeneca, decontestualizzando le informazioni contenute nella documentazione del prodotto. I vaccini di Johnson & Johnson, di AstraZeneca e lo Sputnik sono a DNA ricombinante: sono cioè vaccini tradizionali, che utilizzano un virus del raffreddore inattivato e inerte come trasportatore della sequenza genetica di quella piccola parte di SARS-CoV-2 (la proteina spike) contro la quale si vuole generare la risposta immunitaria.

Per ottenere grandi quantità del virus del raffreddore, per produrre i vaccini, è necessario introdurlo all’interno di cellule, affinché possa replicarsi (Dicks et al., 2012). Le cellule utilizzate da AZ sono conosciute con il nome di HEK 293 (Human Embryonic Kidney 293), in italiano cellule renali embrionali umane 293: ottenute nel 1973 da Frank Graham nel laboratorio del prof. Alex van der Eb (Università di Leiden, Olanda), rappresentano una linea cellulare ampiamente utilizzata nella ricerca biomedica. Il procedimento con cui sono state ottenute è stato pubblicato per la prima volta nel 1977 (Graham et al., 1977) e da allora sono distribuite e utilizzate in tutto il mondo.
 
Sono cellule estratte (in gergo, isolate) da un rene embrionale umano e modificate geneticamente in modo tale da ottenere delle cellule capaci di replicarsi indefinitamente (in gergo, trasformate): è quella che viene definita “linea cellulare” e che mantiene gran parte delle caratteristiche di partenza.
 
Quando è necessario utilizzarle vengono messe in coltura a condizioni di temperatura, umidità e nutrienti controllati; quando poi non vengono più utilizzate, si conservano a temperatura estremamente bassa, mantenendosi vitali ma dormienti per anni.

Ciò significa che ogni volta che tale linea cellulare viene adoperata, si utilizzano cellule provenienti da quell’unico isolamento avvenuto nel 1973.

Le HEK 293 non sono le uniche linee cellulari esistenti. Ve ne sono molte, diverse per il tessuto di partenza da cui sono state isolate: tumorali, nervose, connettive (Walz & Young, 2019)… La scelta di quale utilizzare dipende dalle esigenze della ricerca: sono infatti adoperate in molti ambiti, dalle biotecnologie (come quella premiata nel 2020 con il Nobel per la medicina, la Crispr/Cas9) allo studio di malattie oncologiche, immunitarie e neurodegenerative (Stepanenko & Dmitrenko, 2015). Sono insomma uno strumento di lavoro in tutti gli ambiti della ricerca biomedica: basti pensare che non c’è farmaco che non sia stato testato in vitro (su di una linea cellulare) prima ancora che in vivo (con i test sugli animali e sull’uomo).
 
Al giorno d’oggi c’è, finalmente, un approccio molto più trasparente della scienza , il cui obiettivo è anche quello di creare una maggiore comprensione e consapevolezza dei suoi metodi. Per questo è al di fuori di ogni ragionevole logica la credenza che vengano effettuati degli aborti, o che vi sia un commercio di embrioni, giustificato da ragioni sperimentali.
 
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L’Osservatorio della cattiva Scienza è una rubrica a cura di Simone Di Giacomo e Simona Paglia, biologi del Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’Università di Bologna.

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