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L’agonia del sottomarino indonesiano: ultime ore d’aria per i 53 marinai, il mondo accelera per provare a salvarli

SE SONO ancora vivi, stanno centellinando ogni respiro. Imprigionati in un guscio d’acciaio, nell’oscurità, in un calore asfissiante. Dimitri Kolesnikov, uno degli ufficiali del Kursk russo, ebbe la forza di raccontare quest’incubo: “Qui è troppo buio per scrivere, ma ci proverò a tentoni. A quanto pare non ci sono possibilità di salvarsi. Forse solo dal 10 al 20 per cento. Speriamo che almeno qualcuno leggerà queste parole. Saluto tutti, non dovete disperarvi”.

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Se sono ancora vivi, anche i 53 uomini a bordo del sottomarino indonesiano “Nanggala” continuano a guardare le lancette luminose dell’orologio: gli sono rimaste pochissime ore di ossigeno. Quando in Italia sarà venerdì notte, la riserva d’aria nello scafo lungo 60 metri terminerà, spegnendo anche la speranza di salvarli.

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Per questo tutto il mondo si sta mobilitando per tentare di soccorrerli. L’intera flotta indonesiana, navi speciali di Singapore, corvette di Malesia, India e Australia, elicotteri d’ogni Paese, aerei a lungo raggio statunitensi. Una corsa contro il tempo, sempre più drammatica. E una sfida contro il mare, che riesce a nascondere nella sua immensità qualsiasi battello, anche un sottomarino di millecinquecento tonnellate.

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I contatti con il “Nanggala” sono stati persi mercoledì prima dell’alba e la scorta di ossigeno garantisce 72 ore di autonomia. L’equipaggio può prolungarla usando cartucce di superossido di potassio: una sostanza chimica che assorbe l’anidride carbonica e libera ossigeno. Una soluzione inventata ai tempi dei primissimi sommergili, che resta l’extrema ratio per guadagnare minuti di respiro. I ventitré superstiti del Kursk ne hanno consumate parecchie decine, prima che la tragedia diventasse inevitabile: i resti delle cartucce sono stati ritrovati accanto ai corpi.

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Tutte le ricerche partono da una grande chiazza di combustibile, che gli elicotteri hanno avvistato nella zona della scomparsa, a circa novanta chilometri dall’isola di Bali. Il sottomarino era impegnato in un’esercitazione: ha chiesto l’autorizzazione all’immersione, poi è scomparso. Dopo poche ore è scattato l’allarme, ma individuare il battello è molto difficile: è stato progettato proprio per sfuggire ai sonar. Si tratta di un mezzo anziano, è stato varato in Germania nel 1981, ma ancora molto affidabile: quasi cinquanta unità dello stesso modello – la classe U-209 – sono in servizio in tutto il pianeta. Inoltre il “Nanggala” nel 2012 aveva subito una revisione completa nei cantieri Daewoo sudcoreani durata quasi un anno.

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Secondo il vertice della flotta indonesiana, ieri è stata notata una “massa magnetica” a 50-100 metri di profondità. Ed è questa notizia a tenere viva la speranza. Probabilmente la traccia è stata scoperta da un aereo anti-sommergibile con un “rilevatore di anomalie magnetiche”, uno strumento che può scoprire la massa metallica del sottomarino sotto le onde. Non è detto però che si tratti del “Nanggala”. E queste misurazioni spesso non sono molto precise: l’apparato tecnico si chiama in sigla “Mad”, un termine che in inglese significa “pazzo” e che i cacciatori di sottomarini usano anche per sottolinearne i limiti.

Solo con strumenti più sofisticati, come le boe con trasmettitore sonar o ancora meglio i piccoli droni per l’esplorazione degli abissi, si potrà accertare se quella “massa magnetica” è proprio il battello perduto. E in tal caso, procedere ai soccorsi.

A 50-100 metri di profondità, il “Nanggala” può essere raggiunto dai batiscafi speciali in grado di trasferire fino a dodici persone per volta, garantendo che affrontino la decompressione senza problemi. Uno di questi mezzi in dotazione alla Marina di Singapore sta dirigendo verso Bali: si spera che arrivi entro poche ore. Proprio quando l’ossigeno a bordo comincerà a finire. La situazione angosciante descritta dal capitano Dimitri Kolesnikov, nei biglietti ritrovati nelle sue tasche sul relitto del Kursk: “Ci sentiamo male, indeboliti dall’anidride carbonica. La pressione continua ad aumentare. Non potremo resistere più di un giorno. Se tentassimo di uscire, non sopravviveremmo alla decompressione”.

Molti analisti però sono scettici sulla possibilità di soccorso. E pensano che la notizia della “massa magnetica” a 50-100 metri di profondità sia stata diffusa solo per non deprimere i familiari. I fondali nella zona della scomparsa infatti sono abissali: tra i 500 e i 700 metri. Se il sottomarino fosse precipitato così in basso, non avrebbe avuto scampo. Lo scafo d’acciaio è progettato per arrivare al massimo a 200 metri, poi la forza della pressione rischia di stritolarlo, distruggendolo. Lo ha confermato Ahn Guk-hyeon, il portavoce dei cantieri Daewoo che hanno revisionato il sottomarino. Ma anche il salvataggio appare praticamente impossibile, come ha spiegato all’Associated Press Frank Owen, segretario del Submarine Institute of Australia: “La gran parte dei sistemi di soccorsi sono certificati per arrivare a circa 500/600 metri. Possono scendere anche più giù, perché il progetto prevede dei margini di sicurezza ma perdono la capacità di far funzionare le pompe e la strumentazione”. E quindi di portare in salvo altre persone.

La macchia di carburante avvistata potrebbe testimoniare la distruzione dei serbatoi, collassati per la pressione. Oppure essere il segnale dei tentativi dell’equipaggio di raggiungere la superficie, alleggerendo il battello. O ancora il modo di lanciare un segnale, indirizzando le ricerche. Ammesso che si tratti di combustibile proveniente dal “Nanggala” e non degli scarti di una qualsiasi petroliera.

Dubbi che è duro sciogliere. Localizzare un battello nell’abisso è difficilissimo. Nessun sonar, né dalle navi, né da altri sottomarini, ha la capacità di individuare un mezzo fermo a tali profondità. Sono necessari batiscafi oceanici, con robot filoguidati che scrutano l’oscurità del fondo. Quando nel 2017 il “San Juan” argentino è affondato nell’Atlantico, c’è voluto più di un anno prima di trovare il relitto: era a soli venti chilometri dal punto della scomparsa, ma a più di novecento metri. Impossibile recuperarlo: è rimasto laggiù, il sacrario alla memoria dei 44 marinai, inclusa la prima donna sommergibilista della marina sudamericana, la tenente Eliana María Krawczyk.

Nessuno però intende arrendersi. Il presidente indonesiano Joko Widodo ha chiesto “il massimo sforzo. La grande priorità è salvare l’equipaggio”. Già 24 navi sono state mobilitate e anche un altro sottomarino si sta aggiungendo alla flotta dei soccorritori. Aggrappati alla traccia di quella “massa magnetica” per dare una speranza al destino di 53 persone.

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