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«Io, Niccolò Ammaniti e l’avventura di Anna»

A tre anni dal Miracolo, che le ha permesso di essere diretta per la prima volta da Niccolò Ammaniti, Lorenza Indovina torna al fianco del marito non più sulla scena, ma dietro le quinte, in un ruolo di vitale importanza per la riuscita del progetto. In Anna, la nuova serie Sky Original prodotta da Wildside, società del gruppo Fremantle, in coproduzione con ARTE France, The New Life Company e Kwaï e disponibile su Sky e su NOW a partire dal 23 aprile, Lorenza è, infatti, acting coach, ossia colei che prepara gli attori più giovani – in Anna gli attori sono quasi tutti bambini e ragazzi dai 2 anni e mezzo ai 18 – affinché riescano a entrare nei loro personaggi nel modo più naturale possibile.

 «Più che una serie, è stato un viaggio delle emozioni nel quale mi sono immersa completamente» racconta Lorenza al telefono dalla sua casa di Roma, spiegando di essere «di parte» ma non per questo incapace di riconoscere la grandezza di un progetto che ha seguito fin dal principio.

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Era con Ammaniti quando, nel 2015, ha scritto il romanzo di Anna; era con Ammaniti quando, nel 2018, ha iniziato a lavorare alla sceneggiatura della serie con Francesca Manieri; ed era con Ammaniti quando è iniziata la lunga fase dei casting che ha portato alla scelta degli attori (bravissimi) che sarebbero entrati nel cast. «Ero una delle poche a sapere chi e cosa rappresentava Anna per Niccolò, ero il suo perfetto prolungamento» insiste Indovina rimarcando la complicità con il marito sul set, le volte che gli ha chiesto di fare un altro ciak perché, avendo avuto a che fare a lungo con i ragazzi, sapeva quando potevano dare di più. «Dopo il casting, che ho supervisionato, abbiamo fatto con i ragazzi un laboratorio per aiutarli a trovare la maniera più giusta per toccare certe corde a livello emotivo. All’inizio avevano tutti degli impacci fisici, mille problemi legate al trovarsi per la prima volta di fronte a una telecamera: mi sono proposta come un’attrice che doveva interpretare tutti i ruoli, cercando di capire cosa fosse utile per loro per raccontare il personaggio».

Chi ha partecipato al laboratorio?
«Tutti gli attori principali: Anna, Astor, Angelica, i gemelli, Pietro e Nucci. Abbiamo iniziato a settembre del 2019, circa un mese prima l’inizio delle riprese. Niccolò ha costruito un ottimo rapporto con loro, tant’è che, piano piano, me ne andavo per lasciare che fosse lui a gestire tutto. È stata una delle esperienze più belle della mia vita, quello che mi hanno dato e mi hanno insegnato questi ragazzini è stato pazzesco».

Con chi ha avuto più difficoltà a relazionarsi tra gli attori?
«I piccoli piccoli, quando sono bravi, non hanno bisogno di niente. L’Astor più grandicello, per esempio, andava spedito, mentre sull’Astor più piccolo – che è il figlio di Maurilio Mangano, il direttore del casting – abbiamo lavorato in maniera completamente diversa: gli avevamo detto che la ragazzina che recitava con lui non si chiamava Viviana, ma Anna. La bambina aveva una forza dello sguardo incredibile, le facevamo fare le cose più assurde e lei non aveva la minima resistenza. Tipo quando le abbiamo detto di avvicinarsi allo scheletro della madre per tirarlo giù dal letto».

Quella è stata una delle scene più forti della serie: la bambina era cosciente della portata emotiva di quello che stava facendo?
«I bambini sono tremendi perché non hanno quelle sovrastrutture che hanno gli adulti: per loro è tutto un gioco, non come per noi, che sembra che stiamo sempre facendo un’operazione a cuore aperto. Gli attori più grandicelli si facevano, invece, un pochino di problemi in più: Angelica aveva paura di risultare cattiva anche nella vita vera, Anna aveva tante vergogne che abbiamo pian piano cercato di superare».

Per esempio?
«Un giorno l’ho portata in un ristorante dicendole di mangiare la pasta con le mani e, dopo avermi guardata malissimo, lo abbiamo fatto e si è anche divertita. Un gesto semplice come mettersi la mano davanti alla bocca quando si tossisce non si può fare nel mondo di Anna: chi glielo ha insegnato ai bambini? Abbiamo fatto un lavoro di sottrazione, togliendo l’educazione, la cultura , ma anche la paura del giudizio degli altri».

La paura più grande e, forse, paradossale è stata quella di girare una serie su un mondo dove gli adulti erano stati sterminati da un virus nel mezzo di un’epidemia: al termine del primo lockdown, i ragazzi come sono stati?
«Il primo lockdown è arrivato in un momento di stanchezza generale, e questo ci ha permesso di prenderci una pausa di cui avevamo tutti bisogno. Abbiamo ricominciato le riprese la scorsa estate quando la situazione era più tranquilla, e per i ragazzi è stata una gioia tornare, ormai eravamo diventati una famiglia, anche se eravamo terrorizzati all’idea che crescessero: ad Alessandro Pecorella, che interpreta Astor, cadevano spesso i denti e ogni volta correvamo dai dentisti per fargli fare le faccette».

È vero che le scene corali sono state girate tutte prima del Covid?
«Sì, le cose rimaste in sospeso erano le sequenze di Pietro e Anna al canneto, quella dei gemelli. Abbiamo dovuto reinventare tutto, tant’è che siamo passati dalle otto puntate previste alle sei che abbiamo realizzato».

La tribù dei Blu, che mi ha ricordato per certi versi i carnefici di Salò 120 giornate di Sodoma di Pasolini, ha un’unica caratteristica: vivere senza regole.
«Non c’è morale, non c’è cultura : solo istinto e desiderio, una selezione naturale in base a quanto sei forte rispetto al più debole, una guerra senza principi perché nessuno glieli ha insegnati. Dovrebbe farci riflettere sull’importanza della cultura , della memoria e del tramandare».

Lavorare con i bambini può essere un incubo come dicono spesso a Hollywood?
«Può diventare un incubo, ma dipende sempre con chi ti trovi. Giulia Dragotto, la protagonista, è stata bravissima anche perché l’ho sottoposta a prove molto faticose per capire se era in grado di sostenere i ritmi del set. La facevo stancare, la facevo correre, cercavo di prepararla per renderla più sciolta: se sul set ci fossimo trovati una ragazza che minacciava di andarsene sarebbe stata una tragedia. La chiave è stata cercare di farla comunque divertire: la selezione è stata non solo sui bambini, ma anche sui genitori».

Prego?
«Spesso i genitori non sono facili da gestire. Una volta che capiscono come funziona può essere che rompano, che vogliano stare lì a dire la loro. Per nostra fortuna abbiamo avuto dei genitori stupendi, e noi ci siamo impegnati a trattare i loro figli come dei principi».

Una curiosità: l’elefante dell’ultimo episodio era vero?
«Sì. Era un elefante da circo molto anziano e molto docile. Prima di girare abbiamo studiato tutti gli avvicinamenti, che dovevano essere molto lenti, per garantire la sicurezza: è stato bellissimo, lo abbiamo accarezzato tutti. In quella scena, così come quelle dell’Etna, c’era una poesia e una potenza meravigliosa».

Anna è una serie con protagonisti dei bambini, ma molte scene non sono consigliabili a un pubblico di minori. Ci avete pensato?
«Sì, anche se, sottoponendo la visione della serie a diversi ragazzini, ci siamo accorti che sono davvero impazziti. I ragazzi riescono a vivere il racconto con la giusta leggerezza che, purtroppo, noi non abbiamo. Certe scene, come quella di Astor che incontra la presenza della madre per casa, a noi struggono, ma loro non le vivono così: paradossalmente sono gli anziani a essere più impressionabili dei ragazzi, che vedono Anna com’è realmente, ossia un fantasy, la storia di due ragazzini che cercano la libertà».

Qualcuno ha parlato di favola nera: condivide?
«È una favola in cui c’è molta luce e molta speranza. Tra le storie di Niccolò, che ha curato tutti i dettagli – non c’è un colore, dalle pareti agli oggetti, che non sia stato scelto da lui – penso che sia quella più luminosa».

Ci rassicuri: lavorerete ad altri progetti insieme?
«Niccolò si diverte molto: ha vissuto cinquant’anni chiuso in casa a scrivere le sue storie, una cosa che continua a piacergli e che continuerà a fare, ma adesso credo che il lavoro del regista lo abbia conquistato completamente. Ci sono tante idee in questo momento, sicuramente la sua esperienza continuerà: non vedo l’ora che faccia un’altra cosa, ma anche che scriva un nuovo romanzo».

Come si lavora insieme?
«Abbiamo trovato la giusta maniera di starci vicino e di sostenerci, abbiamo trovato i giusti ruoli. In Anna sono stata una mediatrice tra lui e i ragazzini e questo è stato importante per lui perché sono riuscita ad agevolargli il lavoro. Adesso vuole un bene dell’anima a tutti, Giulia ormai è la sua bambina, ed è gelosissimo».

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